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CIVITELLA DEL TRONTO: LA NOSTRA RESISTENZA di G. Larosa
Agli inizi del 1861 i Piemontesi, con l' appoggio sostanziale di Inghilterra e la complicita' attiva dei francesi, avevano ormai conquistato tutto il regno delle Duesicilie: resistevano ancora Gaeta, Messina e Civitella del Tronto mentre ovunque si organizzava la guerriglia degli insorti.
Se la nostra guerriglia fu chiamata brigantaggio e, date le forme che assume qualsiasi resistenza, qualcuno potrebbe anche giustificare questo appellativo, sappiate che furono considerati briganti anche i soldati di Civitella del Tronto, vedremo alla fine perche'.
La fortezza di Civitella era stata costruita nel 1300, poi ristrutturata ed ampliata, cosi' come la vediamo oggi, a meta' del 1500.
Era, insomma, una fortezza da museo, buona per uno stato come le Duesicilie che ripudiava la guerra per davvero.
Erano da museo anche le armi, pensate che il pezzo d'artiglieria piu' importante era la "Scornata" una colubrina del '500!
Era un cannone decorato in modo tale da sembrare un ariete che saltava, chiamata la scornata perche' uno dei corni si era rotto ed era andato perso nei secoli precedenti.
Convinti di una facile vittoria, i Piemontesi, con le armi modernissime fornite dai francesi, compresi cannoni a lunga gittata, assalirono Civitella, appena dopo aver occupato Teramo e provveduto a fucilare circa 500 persone nella prima settimana di occupazione.
Il primo scontro frontale avvenne il primo di dicembre e i nostri sbaragliarono gli assalitori che si ritirarono nella vallata.
Intorno agli invasori era scatenata la guerriglia, capitanata da Dadda' la Volpe, un capitano di nobili origini anche lui classificato come brigante e come tale "spinto alla rivolta dalla atavica fame".
A questo punto fu mandato a dirigere le operazioni di assedio uno dei piu' infami criminali di guerra, il generale F. Pinelli che esordi' con questa lettera ai suoi soldati:
Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando rimane qualcosa da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotal vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell’Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava.
Ecco come erano considerati gli eroici soldati e la popolazione che li appoggiava: un branco di ladroni!
Il generale, insignito di medaglia d'oro, si distinse tra i campi coltivati e i paesi dove fucilo' un numero imprecisato di persone, saccheggio', incendio' case, raccolti e mise alla fame tutta la zona.
Si distinse meno sul campo di battaglia dove tutti i suoi assalti furono respinti.
Per le brutte figure fatte a Civitella fu sostituito da un altro generale e ando' a fare massacri nel resto d' Abruzzo. Ricordiamo che alcuni anni fa, durante lavori di allargamento della strada nazionale che passa per Teramo fu scoperta una fossa comune: dai resti si scopri' che risaliva al periodo della guerra del 1860 -1861.
Questo generale chiese ulteriori rinforzi e cannoni e dopo un bombardamento a tappeto penso' che poteva espugnare la fortezza.
Il 14 marzo la battaglia fu feroce ma i Duosiciliani vinsero nuovamente e l' illustre generale fu sostituito con un altro generale ancora e da ancora altri rinforzi.
La fortezza era alla fame, il bombardamento martellava anche il paese sosttostante, facendo morti tra i cittadini rimasti incastrati tra i due eserciti che non erano riusciti a fuggire, il re Francesco II, con la sua solita' sublime umanita' mando' un ordine di cessare il fuoco e l' inutile anche se gloriosa resistenza.
Alle 11 del 20 marzo i soldati piemontesi entrarono nella fortezza, i nostri posarono le armi e pensavano di essere considerati prigionieri di guerra ma non fu cosi'.
Si era gia' costituito il "governo nazionale italiano" e quindi furono giudicati "briganti", non soldati, ribelli e quindi condannati a morte.
Alle 13 cominciarono le fucilazioni e quando finirono lasciarono i morti senza sepoltura, gettandoli in un fosso.
Per non lasciare alcuna traccia storica decisero di demolire totalmente la fortezza e farla sparire, come faranno con Pescara.
Ma la guerriglia era esplosa in tutto l' Abruzzo e ogni giorno si allargava il numero dei paesi che si liberavano e rimettevano la nostra bandiera sui municipi e quindi, per fortuna di Civitella, gli occupanti dovettero rivolgere altrove le loro energie.
Non c'e' un solo episodio del cosiddetto brigantaggio in cui l' accusa principale sia quella di rapina o crimini del genere: in tutti i casi il primo capo di imputazione e' quello di aver tentato di ripristinare il precedente regno, strano capo di imputazione per semplici briganti!
Questa e' la storia di Civitella, che ne dite di iniziare i festeggiamenti per l' Unita' d'Italia proprio il 20 marzo? Festeggiamoli a modo nostro, naturalmente!
Un mercenario dei nostri di Giulio Larosa
Quando si legge dei capitani di ventura, sui soliti libracci di storia, si trovano nomi che bene o male sono diventati familiari un po' a tutti, se non altro per la loro stravaganza: Gattamelata, Braccio da Montone... famosi anche Francesco Sforza ed altri, tutti rigorosamente "padani".
Nessuno parla di Giacomo Caldora che questi gaglioffi vinse, uccise ed alcuni fece anche prigionieri nelle battaglie che insanguinarono l' Abruzzo e le Duesicilie ai tempi della regina Giovanna.
Giacomo Caldora nacque a Castel del Giudice, vicino Isernia e opero' in Abruzzo. Inizio' la sua carriera al servizio del piu' celebre, anche se ingiustamente, Braccio da Montone, poi si separo' da lui e con la sua milizia entro' al servizio della regina Giovanna che presto ne apprezzo' le sue doti militari.
La regina Giovanna, come i nostri lettori sanno, era una donna eccezionale e tremenda, dovette difendere le Duesicilie da vari tentativi di invasione da parte di altre potenze intenzionate ad instaurare una monarchia alleata e sottomessa. Giovanna pero' seppe difendersi egregiamente, cio' anche grazie al nostro Giacomo Caldora.
La regina giunse a nominarlo l' equivalente di generale di cavalleria o, con termine desueto, Conestabile del regno.
L' Abruzzo era, come sempre, una roccaforte dei fedelissimi del regno duosiciliano e, come sempre, essendo zona di confine, fu quello dove piu' aspramente si combatte'.
Tremenda fu la battaglia dell' Aquila che duro' molti mesi, dove Giacomo Caldora sconfisse clamorosamente tutti i celebri nomi dei capitani di ventura: Braccio da Montone ci perse la vita, Gattamelata e Piccinini furono presi prigionieri, Malatesta ed altri se la dettero a gambe levate decisamente malconci.
Sanguinosa fu anche un'altra battaglia vicino Sulmona in cui il nostro condottiero sbaraglio' definitivamente gli invasori.
Come tutti i grandi capitani di ventura, anche lui mori' in guerra, ucciso a tradimento in una imboscata probabilemente da nemici personali che temevano la sua fama e la sua potenza nel regno.
Il nome di Caldora e' legato a Vasto dove c'e' il castello da lui fatto edificare e in cui sostenne un assedio di alcuni mesi contro i soliti nemici della regina Giovanna.
Giacomo Caldora, oltre al castello di Vasto, costrui' anche altre fortezze, in particolare, quando ebbe in feudo Ortona, la trasformo' in una straordinaria fortezza, realizzando torri, bastioni ed enormi mura tra l'altro anche di eccezionale effetto scenografico. Gran parte delle mura furono distrutte subito dopo il 1861, una distruzione insulsa il cui demerito va ai miserabili individui che si impossessarono della nostra terra da quel momento.
Ovviamente, se andate in qualunque posto dove ci sono le vie dedicate agli uomini d'arme famosi del passato, statene certi: non mancheranno ne' Gattamelata, ne' Braccio da Montone ma sicuramente non troverete Giacomo Caldora! La storia d'Italia, infatti, non e' la storia degli italiani ma la storia contro di noi, contro le Duesicilie, per questo dovremmo anche festeggiare i 150 anni di unificazione!
MASANIELLO O GENOINO ? di Giulio Larosa La storia infame delle Duesicilie raccontata dai libri di testo ancora in vigore racconta di una folcloristica sommossa e di un altrettanto folcloristico e bizzarro rivoltoso, il celebre Masaniello. La rivolta, secondo i soliti libracci e il vigliacchissimo e bugiardissimo Benedetto Croce, scoppio’ per l’esasperazione del popolo oppresso dalla miseria e dalle tasse, il ribelle altro non era che un povero ed ingenuo pescatore che, portato agli onori dal perfido vicere’, fini’ col montarsi la testa ed un giorno, vestito da signorino, finse di non riconoscere la povera madre e cosi’, il popolo stesso, indignato, l’uccise. La favola, buona in apparenza e’ piena di menzogne. Napoli non era affatto una citta’ miserabile e nel 600 non somigliava affatto alla lercia metropoli che hanno edificato dall’ Unita’ d’Italia in poi: era la seconda citta’ d’Europa, una gran capitale, ricca materialmente ed intellettualmente. Come nella Parigi del periodo della rivoluzione, in Napoli c’era un grande fermento, di idee, di desiderio di cambiare ed una gran voglia di partecipazione politica. Napoli, o meglio le Duesicilie, avevano una costituzione, solo l’ Inghilterra ne aveva una. La Costituzione risaliva all’ epoca di Federico II e nel tempo aveva avuto adeguamenti e ritocchi, pur rimanendo sostanzialmente fedele all’ impostazione originaria. Che c’entra la costituzione con Masaniello? Non era solo questione di tasse e alici in salamoia? C’entra. La nostra costituzione, per altro mai abrogata, prima nella storia, assegnava dei seggi (indovinante un po’, la parola seggio…….) che in termine piu’ colto erano chiamati “sedili”. Ogni zona eleggeva dei rappresentanti ed ogni classe sociale eleggeva i suoi. Per i nobili c’erano 5 seggi e per il popolo un seggio. Anche se oggi puo’ sembrare un criterio liberticida, dovremmo chiedere ai sommi storici della storiografia ufficiale quali erano le leggi e le rappresentanze popolari, in quel tempo, nel resto d’Italia e d’Europa? Dovranno ammettere che la costituzione delle Duesiclie era la piu’ democratica. Ma siccome le Duesicilie erano la nazione piu’ avanzata, questa democrazia non bastava piu’ ne’ al popolo ne’, soprattutto, alla borghesia colta e, diremmo con parole moderne “progressista”. Giulio Genoino era un giovane prete, laureato in giurisprudenza, quando nel maggio del 1620 pubblico un “Manifesto del fedelissimo popolo napoletano”. Un manifesto con richieste di maggiore democrazia per il popolo, il primo in assoluto della storia, ma questo non interessa i giganti della storiografia di destra e di sinistra che riempiono le nostre biblioteche. In questo manifesto Genoino richiede parita’ di sedili per il popolo, ovvero altri 5 seggi. Genoino era un grande estimatore della sua gente e della sua storia ed era sinceramente convinto, dalle sue ricerche storiche, che tale fosse anche lo spirito originario della costituzione, violata e modificata un po’ alla volta dai nobili. In quella occasione rimase una voce isolata e i nobili lo fecero arrestare. Ma Genoino non si dette per vinto e, una volta uscito di galera, penso’ di organizzarsi meglio. Comincio’ a parlare delle sue tesi nei quartieri popolari, a convincere il popolo e ad organizzare una ribellione che gli desse l’opportunita’ di costringere il vicere’ ad approvare la sua riforma. Tra i popolani incontro’ Tommaso Aniello che era di Amalfi ma aveva un carattere audace ed era diventato un punto di riferimento per molti popolani della grande metropoli. Il 7 luglio 1647, con il pretesto di ribellarsi ad una nuova tassa sulla frutta, per altro gia’ in vigore fino a poco tempo prima, Masaniello e Genoino riuscirono ad organizzare una grande rivolta di popolo che si impadroni’ delle piazze non solo a Napoli ma anche in altre grandi citta’ delle Duescilie come Lecce, Bari e Palermo dove il capo popolo si chiamava Giuseppe Alessi. Al vicere’ venne presentata una serie di richieste tra cui l’abolizione della tassa ma soprattutto quella del ripristino della costituzione originale e quindi dei 5 sedili anche per il popolo. Il vicere’ non scelse la repressione, tratto’ Genoino e Masaniello con grande rispetto e istitui’ una commissione d’inchiesta storica per verificare se le tesi di Genoino fossero fondate. Tutte le ricerche pero’ mostrarono chiaramente che la costituzione non aveva mai previsto pari diritti di rappresentanza. A questo punto Genoino pretese che si facesse una innovazione, visto che altre innovazioni, nel tempo, erano state inserite nella costituzione, non c’era niente di strano se si facevano ulteriori modifiche costituzionali, cosi’ scrisse 23 nuovi capitoli tra i quali c’era anche quella della pari rappresentanza di tutti i ceti. Genoino aveva praticamente vinto ma quando nella chiesa del Carmine si doveva firmare per la nuova costituzione, il duca di Maddaloni con altri nobili tento’ il colpo di mano facendo irruzione e sparando contro la folla. I rivoltosi ebbero ancora la meglio ma la nuova costituzione non fu firmata. Nei giorni successivi Masaniello dette varie volte in escandescenza, fin quando, in una rissa fini’ ucciso, probabilmente per mano di un sicario dell’infame duca di Maddaloni. La situazione pero’ era ancora movimentata e le piazze erano ancora in mano al popolo e Genoino che continuera’ ad agitare la rivolta per ancora due mesi. Come tutti i movimenti, anche per quello arrivo’ il momento della stanchezza. Le piazze si stavano svuotando e cosi’ il vicere’, dopo aver emanato dei provvedimenti fiscali estremamente favorevoli al popolo ed altamente innovativi, profitto’ per far arrestare Genoino. Il processo si sarebbe dovuto tenere in Spagna ma Genoino, vecchio e malato, mori’ durante il viaggio. Per la rivoluzione democratica era ancora presto ma l’impresa di Genoino divenne famosissima in tutta Europa, specie in Francia. Anche al vicere’ bisogna dare il giusto riconoscimento: se e’ vero che difese i privilegi nobiliari, e’ anche vero che la sua riforma fiscale fu cosi’ innovativa da essere considerata una grande opera di finanza e giustizia sociale. Per Genoino il tempo degli onori deve ancora venire ma noi siamo convinti che ancora per poco si potra’ tenere nascosto il suo nome.
L’ARTE DELLE BUGIE di G.Larosa Per l’ Italia, non solo la storia va riscritta ma anche la storia dell’arte, anch’essa, infatti, dopo l’unificazione del 1860, e’ stata rielaborata in modo tale da mostrare in maniera evidente una sostanziale differenza tra un centro Nord dove si trovano le meraviglie dell’ arte tipicamente italiana e le Duesicilie in cui ci sono soltanto espressioni artistiche minori e, al limite, imitazioni di quelle altre. Le cose non stanno cosi’, ma questo non lo vogliamo dire noi, sospetti di “anti italianita’” (che poi significa essere contro le bugie e il fango che da 150 anni ci tirano addosso), lo ha detto gia’ Demetrio Salazaro, calabrese, storico dell’ arte che in principio fu garibaldino. Salazaro fu forse l’unica brava persona che venne ad accogliere Garibaldi quando giunse in treno alla stazione di Napoli il 7 settembre 1860. Dopo questo episodio Salazaro, cosi’ dicono le cronache ufficiali, non fece piu’ attivita’ politica. Sin da subito, infatti, si scontro’ con l’ordine di mistificare tutti gli aspetti della storia in modo da presentare sempre due italie, una di cui essere orgogliosi e un’altra, le Duesicilie, di cui vergognarsi. Salazaro onestamente scrisse libri e saggi di storia dell’ arte, cerco’ di farsi ascoltare mostrandosi sempre modesto e riguardoso dell’ autorita’ ma niente: certe verita’ in Italia non si potevano e non si possono ancora dire. Furibondo, non volle piu’ avere a che fare con gli occupanti, rifiuto’ anche’ un incarico di prefetto col quale speravano di metterlo a tacere in cambio di un lauto stipendio. Mori’ nel 1882 a Pozzuoli dimenticato anche dagli altri storici dell’ arte che erano stati suoi colleghi e perfino allievi. Ma che dice di cosi’ rivoluzionario Salazaro? Una cosa molto semplice: la rinascita dell’ arte dopo il medioevo non viene dalla Toscana e dalla Lombardia come blaterano ancora oggi i bugiardi e i disinformati ma proviene dalle Duesicilie e di li’, i maestri dell’ arte hanno diffuso una nuova sensibilita’ ed una rinnovata straordinaria capacita’ di creare opere d’arte. Nelle Duesicilie, egli dice, si era formata, molto prima che in qualsiasi regione del centro nord si manifestasse una qualsiasi opera degna di pregio, una vera e propria Koine’ artistica, con uno stesso sitle in Sicilia, Puglia, Abruzzo, Calabria e Campania. Questo avveniva gia’ negli anni immediatamente prima della nascita del Regno delle Duesicilie. Salazzaro si prende gioco delle miserabili bugie di personaggi come Vasari, celebrato da qualsiasi libro di storia dell’ arte come un punto di riferimento. Questo cialtrone confonde volutamente la storia dicendo che Nicolo’ Pisano fu il maestro fondatore di una scuola artistica in Pisa a cui si deve l’inizio del rinascimento in Italia. Non dice che Nicolaus Petri de Apulia e’ il nome completo del personaggio che prese la cittadinanza pisana e percio’ detto anche Pisano, dopo essere fuggito da Napoli a Pisa perche’ politicamente avversario del re. Il Nicolaus Petri de Apulia era ovviamente noto come uno dei migliori artisti e maestri d’arte delle Duesicilie, ben prima di essere andato a Pisa. Nel suo odio contro le Duesicilie Vasari e i suoi leccastri successori sono arrivati a sostenere la tesi ridicolizzata in tutto il mondo che le magnifiche opere d’arte della cappella Palatina, del duomo di Palermo e di quello che resta di molte altre opere d’arte di quegli anni, altro non sono che copie eseguite da monaci pittori venuti li’ dal monte Athos. Altrettanto ridicola e’ la storia secondo cui l’invenzione della lavorazione del porfido fu di Leon Battista Alberti quando a Palermo si trovano opere in porfido di quasi un secolo prima. Di fregnacce spacciate per storia dell’ arte ce ne sono ancora a bizzeffe, tutte sputtanate una per una da Salazzaro e citarle tutte occuperebbe un mezzo trattato di storia dell’ arte, pensate che molti dipinti, specie in Abruzzo, definiti “giotteschi” furono fatti quasi cent’ anni prima di Giotto! Pietro degli Stefani, Leone d’Amalfi, Pietro da Eboli, Nicola de Bartolomeo, Barisano da Trani, Guglielmo Amorelli , Tancredi di Pentima, Ferdinando Provengano……… e tanti altri, non li troverete sui libri di storia dell’ arte dei licei, ai nostri poveri studenti insegnano le balle del Vasari ma se ci riuscite, compratevi un libro di Salazaro, c’e’, per fortuna, qualche editore onesto o erudito che li stampa.
CHE GUEVARA E IL GUERRIERO DI CAPESTRANO (poesie di G.Tontodonati)
Il Saluto
O gente Sergia !.. o Vitellia !..
…o terra Peligna..!
Capestrano !..
…dove il Tirino tesse
il suo primo linguaggio con le stelle
e il chiacchiericcio dei pioppi
- lungo le sponde alte di canne -
spegne il suono arcaico del cembalo
alla corte del rege Desiderio…
…dove per mill’anni
- col verde delle acque nelle mie pupille -
contemplai il cielo…
i fianchi nudi delle montagne…
…le virtù di Saturnia
coi fecondi seni prediletti dal sole…
…e l’aquila che romba
possente alle correnti dinamiche del cielo…
…e i falchi rotanti
lungo le irte gole delle forche
patria dei venti…
e l’argento della luna sulle venerabili spalle del Morrone…
…dove il lupo sente
il respiro dei nevai
e il crescere dell’erba sui pianori
agli attoniti occhi della notte…
…io ti saluto, o terra
delle tribù fraterne…
ricordo il grido dei petti al nuovo sole:
Italia Italia !..
e Corfinium - perla peligna -
dalle mura possenti:
…se la fortuna fosse mutata
…tua sarebbe stata la gloria!...
ho visto i tuoi figli combattere
cento di quelle guerre…
cento battaglie…
…poi a migliaia essere uccisi
dall’ira di Roma e degli Dei…
e il sangue ricoprir tutta la terra.
Il Soldato
Quando i logori mondi…
…la poesia la musica
i diademi delle stelle…
…le rose rosse di sangue
le montagne i fiumi gli oceani…
…l’odio la menzogna gli affanni
i clamori le ire…l’amore…
cadranno negli anfratti del nulla…
quando la terra aprirà le sue viscere
cancellando con l’èmpito di un grido
giorno e notte senz’alcun ricordo…
…e le fiamme divoreranno i pepli…
e un crepuscolo di spirituale incertezza
distruggerà gli imperi
creati col sangue di mille generazioni…
…quando sul cammino delle strade
vita e morte
rientreranno nel fiume oscuro del caos…
…nel giorno maturo per la profezia
tu brillerai tutelare
sul mare rovente delle nubi…
sulla tua nave astrale…
o Figlio del Sole !.. Soldato della luce..!
L’ULTIMO GAUCHO
Frammento
Ora che i canti funebri sono murati di tenebra
e i gufi bofonchiano nelle deserte cattedrali,
sulle ali di questa rapsodia passa l’Arcangelo
della Sierra Maesta che lo vide guerrigliero
nella notte di Higuera, l’ultimo avamposto...
...il terminale !
per chi aveva lottato senza chiedere onori...
convinto che la libertà fosse vocazione di tutti...
non fiamma stecchita da vecchio cimitero
con copricapo di latta...
ma un roveto ardente nel cuore della notte.
.........................................................
.........................................................
Sulle cime innevate della cordigliera
la luce graffiava la purezza del mattino.
Il condor veleggiava lontano sulle torri...
...udiva il rimbombo della Quebrada de Churo...
aspirava il soffio dorato degli altipiani
...un cielo implacabile soleggiato di silenzio...
........................................................
...la mano arsa di febbre accarezzava
la fida luger...
...lontano era il tempo dei bivacchi e dei canti...
il modo lo aveva respinto...troppo giovane
per stabilire la luncentezza di questo astro...
vuole ora con levigate miserie oscurarne la luce
...forse il suo tempo era in un’altra dimensione..
........................................................
l’irrequietezza era un coltello nel suo fianco...
i suoi talloni prememvano il costato del ronzinante...
la pedana sciatta del corridoio di palazzo
non era la sua religione...
.....................la sua costante ansia
erano le infelicissime bandiere di Bolivia..
del Vietnam... dell’Argentina e dell’Angola...
...............i suoi compagni terreni
...le masse dei diseredati di tutto il mondo...
combattere per la libertà era il suo codice sacro...
...............ora i suoi polmoni pieni d’ansie e di fatica
respirano l’odore dell’imminente battaglia...
...al cospetto delle montagne sacre al condor...
...l’ultima !..
El Rebelde
Rebelde dell’insurgenzia, leggendario vagabondo,
passò l’Arcangelo Michele
dalla Sierra Maesta che lo vide guerrigliero,
alla notte di Higuera, ultimo vamposto,
dove i rangers di Osvaldo spietati
trucidarono come un vile masnadiero
Che Guevara...l’Apostolo.
La vittima del dragone serrava sul petto l’orifiamma
...e nello sguardo profondo
impresso avea il sigillo che Barrientos odiava:
...la libertà del mondo !..
Stringeva nella mano una lucente spada di fuoco,
avea per scudo, come un Cristo ignudo,
grumi di sangue impastato sulle livide carni
e l’acre sudor della morte.
Sul rebelde vinto, nella boliviana duna,
gli sciacalli della notte, ingordi di carogne,
schernirono l’impietosa luna
collacerante latrato…ulularono sulle piste
primitive della pampa
i lupi del capitano Brado, famelici e disumani,
piansero le stelle sui dirupi delle Ande selvagge
il delitto efferato…el Che non limosinò certo,
come disse Abel il soldato,
quell’oncia di vita per sfuggire alla morte…
che aveva sempre disprezzato.
Vittima dei colonnelli, cadeva l’ultimo Gaucho…
Il Nazzareno fu ucciso dagli stessi fratelli…
…e sul calvario dei giorni
il grande guerrigliero fu trucidato….
Aveva sul cuore ferito un fiore rosso vermiglio…
…ultima rosa d’ottobre
regalata da Zentero al segreto pianto
dell’oppresso campesino di Cochabamba,
sulla strada carioca tra Mataral e Valle Grande.
Sul petto spento brillava di fuoco l’orifiamma…
…sul labbro esangue del rebelde ucciso,
nelle composte forme della morte,
…aleggiava un sorriso.
Salirò carponi la Sierra che ti fu madre e compagna,
…logorerò le mie ginocchia
sulla lucente lastra dell’affilato basalto…
ai rovi, sull’erto sentiero, alla roccia, agli sterpi
lascerò branderlli di carne…
spunterò le mie unghie sull’appiglio del dirupo…
sull’olro nudo e disperato del precipizio cupo
brancolerò con le mani e lo sguardo,
ma qui cercherò la tua orma…
o leggendario vagabondo..!
…Che Guevara…Che Guevara!..
…impetuoso come un canto il tuo nome rebelde
il fidelista ripete nei brevi riposi del bivacco…
…ricordano il manipolo suicida
sul trabiccolo << IL GRAMMA >> non più calafatato
perché era in disarmo, sfidare il mare caraibico,
novelli Argonauti alla conquista del vello,
della grande orifiamma.
Sulla breve spiaggia traditi ne restarono una dozzina:
El Che disse che bastavano per vangelizzare il mondo…
…gli altri furono falciati
sulla cerula marina cubana, infida e inospitale,
e lasciati in pasto ai corvi del tiranno Battista.
La Sierra Madre accolse nell’impenetrabile boscaglia
il manipolo dei ribelli…curò le loro nude piaghe,
tenne acceso nei loro petti la fiamma della fede
per la libertà, radicata e forte,
nel vacillante giorno dell’amara sconfitta…li fuse
compagni e fratelli con la fluente barba votiva
sulle guance scarne e sull’affilato mento,
per la vita e per la morte…
…El Che pure sanguinava per le ferite riportate
nel disperato assalto di quella prima battaglia…
…ma su quel lembo di spiaggia cubana
non si ripetè Moncada, come Battista sperava…
…il manipolo si fece esercito
e Camillo Cinfuegos, il puro, fu il primo comandante.
El Che divenne maestro della guerriglia armata,
…conobbe ogni cresta, ogni forra,
ogni sentiero, ogni spalto, della maestra Sierra
e spietato col mitra cantava e con le bombe a mano,
come in una fiesta,
il suo inno di guerra pur divorato dalla mazamorra…
…e il mito, la sua fama di rebelde invincibile
crebbero a dismisura,
dall’Escambray lontano con le creste azzurre,
a Pinar del Rio, a Santa Clara
…sino al vittorioso giorno del delirio
per la conquista dell’Avana.
…Fidel Fidel…compagno, amigo!..
…tu pure t’affrettasti a spedirlo all’inferno…
Barrientos ha fatto disperdere le sue ceneri al vento
con la segreta speranza di distruggerne il mito…
…El Che era un incomodo, un duro…
…l’assiduo tarlo delle coscienze bacate…
…e per gli oppressori, i tiranni…
…il quinto cavaliere d’apocalisse
con la spada di fuoco e l’orifiamma…
…morì come visse:
nella cruenta battaglia con la fida luger in mano,
…come muore chi per la libertà combatte…solo!..
…i peones oppressi pensano che riapparirà presto
…in qualche angolo della pampa…della terra…
e i traditori tremeranno al suo grido di guerra.
…meglio affrettare la cerimonia e le esequie…
quietare il clamore…e con un requiem sotterrarlo.
La tomba
Dove sarà la tomba
dello spirito libero
come il vento impetuoso
eterna anima del mondo..?
In quale plaga della pampa
riposeranno le ossa
del Gaucho leggendario
dai peones amato,
odiato dai tiranni,
che per lui hanno pianto,
che di lui hanno tremato..?
Vedove in gramaglie
un fiore di cactus selvaggio
sulla tomba innominata
deporranno con mestizia,
e le ultime lagrime
delle loro aride ciglia.
Le strade
…Tu le conosci le strade del mondo
le innumerevoli arterie giganti del nostro pianeta
i lucidi nastri di asfalto le antiche fatte di pietra
le strade che ognuno percorre le strade di sempre
le strade a cui affidammo il nostro retaggio
il punto d’incontro di ogni umano destino
l’inizio intrapreso di ogni umano viaggio
le strade tortuose e crudeli del nostro cammino.
………………………………………
……………………………
Le strade son quelle di sempre dicesti
strade tracciate dall’uomo all’aba del mondo
sul volto rugoso e contratto del nostro pianeta
nastri moderni rullati di lucido asfalto
antiche tracce costrutte con massi di pietra
strade invitanti ad andare strade sconnesse
bruciate dal tempo dai nostri cuori in tumulto
strade di lorde pozze d’acque lustrali
strade che intesero di petti l’estremo singulto
strade smarrite tra nebbie d’ignote savane
dove muore la gloria dove saranno disperse
le nostre memorie di sempre le gioie lontane
strade matrigne ad ogni umana speranza
cullata ancora in segreto nei nostri pensieri
strade fatte d’ignavia ricetto a luride tane
che ne mutarono il volto e la primitiva distanza
strade che un ritmo cerscente di vita ne fa cimiteri
vermigli di sangue cosparse di fragili croci
strade cieche e buie dove l’avito odio si pasce
seminando discordia tra popoli nati fratelli
……son queste le strade del mondo dicesti
strade tracciate ad ognuno dal dì che si nasce.
ANACLETO SALUTARI di G.Larosa con la collaborazione di G.Ranucci Anacleto Salutari nacque a Castelvecchio subequo nel 1838, quando i Piemontesi invasero e saccheggiarono le Duesicilie, nel 1860, aveva solo 22 anni ed era da poco tornato dal seminario di Sulmona dove aveva studiato e dove avrebbe forse voluto farsi frate.
Se avesse potuto scegliere e la storia non avesse sconvolto la tranquilla vita delle valli del Sirente, Anacleto sarebbe stato forse un buon prete o un buon padre di famiglia ma purtroppo, nel 1860, i ricchi borghesi profittarono dell’ invasione delle Duesicilie per impossessarsi del potere e delle ricchezze dello stato e per i poveri cominciarono tempi duri.
Anacleto fremeva di rabbia nel sentire le notizie di distruzioni, tradimenti, ruberie che accompagnavano ovunque l’arrivo dei soldati piemontesi e degli ancora peggiori liberali della infame Guardia Nazionale.
A Giugno del 1860 i ricchi di Gagliano Aterno e di Castelvecchio Subequo s’impossessarono dei paesi e cominciarono anche li’ ad arraffare le terre del demanio, a offendere la dignita’ della loro stessa terra coprendo di menzogne la storia passata e il buon governo dei Borbone, a profittare della forza militare per imporre il loro governo e le loro pretese.
Il 13 ottobre dello stesso anno scoppio’ la rivolta e Anacleto fu tra i piu’ attivi nel partecipare e nell’organizzarla.
A Gagliano Aterno la rivolta fu cosi’ totale che perfino i soldati semplici arruolati nella Guardia Nazionale solidarizzarono con gli insorti e insieme a loro combatterono per scacciare da tutta la valle del Sirente l’ esercito invasore e gli squadroni paramilitari dei collaborazionisti.
Vi fu un primo tentativo di controffensiva ma gli Abruzzesi la respinsero, poi, dopo un secondo assalto, Gagliano Aterno e Castelvecchio furono rioccupati ma intorno, ormai, il territorio era tutto in mano ai briganti.
Il giovane Anacleto entro’ nella brigata dei Gaglianesi, la cosiddetta banda Cannone, dal soprannome del capo, Vincenzo Vacca e con loro mise a segno assalti e clamorosi sequestri di ricchi infami che col tradimento si erano ancora piu’ arricchiti.
Anacleto non era un volgare delinquente anche se era costretto a fare il bandito e sono numerosi gli esempi della sua generosita’ e del suo coraggio.
Per difendere o aiutare i poveracci, spesso metteva a rischio l’ incolumita’ sua e di tutta la banda, come una volta che, vedendo da lontano una ragazza pesantemente importunata da sgherri della Guardia Nazionale, scese a sua difesa mettendoli in fuga ma facendo scoprire il posto dove si rifugiavano.
Dopo uno scontro a fuoco molto violento, Vincenzo Vacca fu catturato e i briganti, braccati, fuggirono nello Stato Pontificio.
Per alcuni mesi Anacleto visse a Marino, vicino Roma, lavorando come clandestino presso un ricco possidente.
Molti proprietari terrieri prendevano volentieri come manodopera rifugiati come loro, profittando della loro condizione li sfruttavano spietatamente e li maltrattavano senza vergogna.
Anacleto non sopporto’ a lungo le soperchierie, organizzo’ una rivolta, malmeno’ il padrone e dovette fuggire.
Torno’ cosi’ nelle Duesicilie, cerco’ subito quelli che ancora combattevano ed organizzo’ una sua brigata.
Nella valle del Sirente divento’ una legenda per i poveri che erano ancora tutti borbonici e una maledizione per i ricchi rappresentanti del nuovo potere.
Ma intorno ai briganti man mano si faceva terra bruciata: la legge Pica, le devastazioni e il programmatico annientamento del sistema produttivo locale avevano ridotto alla miseria nera la popolazione, basti pensare che in quegli anni non si riuscivano piu’ a trovare giovani con un fisico appena idoneo per la leva militare, essendo ormai nella grande maggioranza denutriti e afflitti da forme gravi di rachitismo.
Sui monti le uniche greggi rimaste erano quelle dei ricchi liberali, nelle valli i campi erano abbandonati e un esodo tragico di migliaia di poveri stava spopolando l’ Abruzzo.
Non si sa in qual modo riuscirono a catturare Anacleto Salutari che fu sommariamente processato e condannato ai lavori forzati a vita nel carcere di Procida (ottobre 1867).
Da questo momento il mistero avvolge la storia di Anacleto.
Si sa di una evasione di borbonici abruzzesi da quel carcere, la polizia ha sempre smentito che Anacleto fosse tra i fuggitivi, anzi, un documento ne riporta la morte in carcere nell’ anno dell’evasione.
Ma certo e’ che verso il 1930 a Castelvecchio arrivo’ un vecchio sconosciuto e misterioso.
Quest’ uomo disse che veniva da Lanciano e comincio’ a chiedere notizie di amici e familiari di Anacleto, di fatti avvenuti nella zona.
Fu riconosciuto come Analcleto e presto tutto il paese venne a fargli festa.
Il vecchio rimase per un paio di giorni, la polizia pero’ non riusci’ a trovarne traccia perche’ in paese tutti ne negarono l’ esistenza.
Di Anacleto Salutari, dopo questo episodio, non si sa altro, essendo ormai molto vecchio sicuramente mori’ poco dopo e, secondo molti, un certo Raffaele Tenaglia di Lanciano, dal passato sconosciuto e morto in quel periodo, era proprio lui, Anacleto Salutari.
IL MALO? NIENTE MALE! di Giulio Larosa
Guglielmo I e’ stato uno dei primi re delle Duesicilie ed e’ passato alla storia col soprannome de “il Malo” appioppatogli dai ricchi baroni e nobili che lo odiarono per quasi tutto il periodo del suo regno.
Il Malo, in realta’, fu un gran re, amato dal popolo, duro, tenace e accentratore ma anche rispettoso delle altre culture e delle altre religioni.
A proposito di quest’ ultimo aspetto, Guglielmo mostrava quasi una predilezione per i mussulmani che risiedevano numerosi nel regno, al punto che le malelingue sostenevano che tanta benevolenza fosse dovuta all’ avere delle amanti mussulmane.
Sotto il regno di Guglielmo le Duesicilie si dovettero difendere da nemici esterni fortissimi, come l’impero bizantino, il Papa e perfino il famoso Federico Barbarossa.
Il primo attacco lo subirono proprio dall’ esercito di Manuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, che, alleato del Papa, aveva elaborato l’ ambizioso piano di conquistare le Duesicilie, appoggiandosi anche ad alcuni nobili traditori che mal sopportavano il potere di un re, secondo loro, troppo amico della plebe.
L’esercito Bizantino attacco’ da Nord, da Ancona e il suo generale piu’ importante era un grande stratega, Michele Paleologo. La prima grande battaglia fu a Teramo dove Roberto de Aprutio affronto’ le soverchianti forze nemiche. La battaglia fu feroce, Roberto de Aprutio mori’ eroicamente in battaglia procurando gravi perdite ai Bizantini.
Un altro grande generale abruzzese combatte’ i Bizantini: Boemondo da Manoppello, che contrasto’ la loro avanzata riducendone, man mano, la forza e il numero.
Non fu altrettanto valoroso il conte Ugo II del Molise che tradi’ e passo’ dalla parte dei nobili ribelli, capeggiati dall’ infame Roberto III di Loritello.
Il Papa avanzo’ fino a Gaeta e i Bizantini arrivarono ad Andria dove sconfissero il coraggioso conte Riccardo che difese la citta’ fino all’ ultimo uomo, morendo anch’ egli nell’ assedio,
Cosi’ il Paleologo pur indebolito, arrivo’ alle porte di Brindisi.
A questo punto Guglielmo prese la decisione che salvo’ il regno: chiamo’ alla difesa tutti i cittadini e prese lui stesso il comando insieme al fido Maione di Bari. Fu indetta la Leva Nomine Proelii, ovvero la mobilitazione generale e il popolo rispose con entusiasmo.
Dunque e’ una ulteriore bugia quella secondo cui il popolo era protagonista solo nei comuni “liberi” del nord! Dall’ Abruzzo alla Sicilia il popolo delle Duesicilie corse ad arruolarsi e attacco’ i Bizantini e l’ esercito papalino dovunque.
Da questo momento l’esito della guerra cambio’ radicalmente.
I Brindisini ressero l’ assedio e scatenarono la controffensiva mentre dalla Calabria arrivarono anche le truppe comandate dal re in persona. Da questo momento per i Bizantini fu una rotta e i Duosiciliani liberarono tutto il regno dagli eserciti invasori, cacciando, insieme ad essi, anche i nobili traditori.
Il Papa scese a patti e il generale Maione con una straordinaria flotta porto’ l’ attacco nel mar Egeo dove l’ esercito Bizantino, famoso per la piu’ potente armata di mare dell’ epoca, fu sbaragliato e perse gran parte delle sue migliori navi.
Anche I Bizantini si arresero, ma la pace non era destinata a durare : una rivolta, appoggiata e finanziata dal Barbarossa avrebbe insanguinato ancora il regno.
Un nobile siciliano, Matteo Bonello, fece assassinare in Palermo il valoroso Maione e molti altri nobili siciliani si unirono alla rivolta, giungendo ad arrestare il re.
Ma se i nobili ed i ricchi volevano uccidere o costringere il re ad abdicare, il popolo non era disposto a rimanere spettatore: i palermitani insorsero contro i traditori e liberarono il re.
Bonello fu condannato ad una morte atroce ma Guglielmo non volle scatenare una repressione indiscriminata.
Indisse una conferenza, (allora si chiamavano diete) e venne in parte incontro anche ad alcune richieste dei nobili, non rinunciando a punire quelli che si erano macchiati delle peggiori infamita’, come il conte di Bari che fu ucciso dopo che si era asserragliato dietro le mura della citta’ che subi’ terribili distruzioni.
Guglielmo passo’ in pace gli ultimi anni della sua vita anche se non in buona salute.
Quando aveva 46 anni fu colto da febbri intestinali e comincio’ a stare sempre peggio.
Sotto Pasqua si senti’ particolarmente male ma, capriccioso e stravagante qual’ era, rifiuto’ di seguire i consigli dei medici che gli avevano prescritto di starsene a letto e sorbirsi disgustose purghe e papponi.
La nostra Pasqua, con le sue coinvolgenti manifestazioni religiose, i suoi dolci e le sue delizie alimentari fu fatale al gran re che volle uscire e abbuffarsi per tutta la settimana santa, maledicendo i medici e le loro cure.
Alcune settimane dopo mori’, era il 1166.
Un mistero circonda ancora la sua morte: se avesse dato retta ai medici, sarebbe vissuto ancora o sarebbe morto molto prima, per di piu’ senza divertirsi?
IL GENERALE DEI BRIGANTI di G. Larosa E intorno a noi / / il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo / / che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle / / che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, / / accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, / / non più disposti a chinare il capo. Calpestati, / / come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati / / ci vendicammo. Molti, molti si illusero / / di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà / / non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. E' dire senza timore, / / E' MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, / / a cominciare dall'anima. E' vivere di ciò che si ama. / / Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà. Carmine Donatello Crocco Crocco e’ figura storica controversa, fu il piu’ grande condottiero di insorgenti, prese Melfi, libero’ quasi tutta la Basilicata, creo’ un vero coordinamento di insorti dall’ Abruzzo alla Calabria ma il suo rifiuto a prendere Potenza e creare un governo legittimista con il generale Borjes fini’ con l’ esaurire la grande rivolta in una lunga, logorante guerriglia senza via di uscita. D’altra parte, egli, figlio del popolo, aveva visto le prepotenze dei ricchi anche quando c’erano i Borbone, percio’ diffidava degli aristocratici come Borjes, temeva, forse a ragione, che una volta ristabilito il governo legittimo, i poveri sarebbero tornati poveri e i ricchi avrebbero ricominciato come prima gli antichi soprusi. Con la guerriglia era diventato libero, nella macchia non aveva padroni. Purtroppo per lui e per tutti noi, anche se resta tragicamente vero che i poveri subiscono in ogni dove le prepotenze e i privilegi scritti e non scritti dei ricchi, e’ altrettando vero che tra i popoli ci possono essere a loro volta oppressi ed oppressori e che i poveri in un paese indipendente soffrono infinitamente meno di quando si ritrovano ancora piu’ poveri in un paese occupato e ridotto a colonia interna. La ricca e pacifica nazione delle Duesicilie si ritrovo’ devastata, le sue industrie chiuse, le terre comuni del demanio privatizzate e date ai ricchi collaborazionisti, le citta’ finirono in mano alla malavita organizzata, le banche, i risparmi, le ricchezze furono rapinate, e cosi’, dal secondo piu’ antico regno d’ Europa siamo diventati uno squallido “sud” senza nome e senza altra storia di quella infamante e negativa inventata di sana pianta dai conquistaori e dai loro collaborazionisti. Se Crocco avesse collaborato con Borjes e Borjes fosse stato meno aristocratico e piu’ vicino al popolo che non poteva essere considerato solo carne da cannone in un campo di battaglia, oggi…. Gia’, se…. Oggi! Le cose andarono diversamente purtroppo, ma noi oggi, non dimentichiamo gli eroi tragici di quella storia bandita, essi, con i loro errori e i loro limiti, sono i nostri eroi e sono infinitamente piu’ degni di essere ricordati e celebrati di tutti quei viscidi vigliacchi o assassini protagonisti di quella sporca vicenda chiamata Risorgimento e che ancora sono chiamati patrioti dalla menzogna impartita come storia.
L’audace regina Giovanna di Giulio Larosa Giovanna era una pronipote del grande Carlo I D’Angio’, di fatto era la nipote del nipote il re Roberto D’Angio’, che, non avendo eredi maschi idonei al trono, lascia il trono alla giovanissima Giovanna, appena diciottenne.Da tempo si erano consolidate le alleanze tra la nascente potenza regionale del Regno d’Ungheria e le Duesicilie, Carlo II D’Angio’ aveva sposato gia’ una reale Ungherese e cosi’ anche per Maria era stato combinato un matrimonio con Andrea d’Ungheria, uomo semplice e, a quanto sembra, amante scadente. Sin dall’ inizio Giovanna mostra una totale insofferenza verso il marito, diventa amante di un nobile Luigi di Taranto, uomo colto e brillante.Poco tempo dopo il matrimonio Andrea viene ucciso ad Aversa, strangolato da sicari, a detta di molti, pagati da Giovanna che sposa dopo poco tempo l’ amato Luigi.L’ Ungheria dichiara guerra e con un esercito molto potente e la complicita’ di alcuni nemici di Giovanna, come il Conte di Minervino Murge Giovanni Pipino, invade il regno.Il papa Innocenzo VI scomunica Giovanna e Luigi ma i due si difendono disperatamente, seguono battaglie, l’ entrata in guerra con gli Ungheresi anche di Venezia, rovesciamenti di fronte, storie di tradimenti, Papi e antipapi, perfino una tremenda pestilenza che flagella il Mediterraneo. Alla fine gli Ungheresi con i nobili traditori riescono ad entrare vincitori a Napoli e Giovanna deve fuggire in Francia. Il popolo pero’ e una gran parte della nobilta’ restano fedeli alla loro regina e gli Ungheresi non riescono a controllare militarmente il regno.Giovanna riorganizza un piccolo esercito, sbarca in Sicilia dove trova una accoglienza trionfale e marcia con un esercito di fedelissimi verso Napoli travolgendo gli invasori.L’ infame conte di Minervino non fa in tempo a passare l’ Adriatico, viene catturato e impiccato alla torre del suo castello sulle Murge con molti altri traditori. Ripreso il regno, Giovanna pensa a risanare le finanze e chiama come ministro il piu’ grande finanziere del tempo, il fiorentino Acciaiuoli che trova in Napoli la sua citta’ d’ adozione. Morto l’ amato Luigi, Giovanna si consola presto con un nobile spagnolo, Giacomo IV D’Aragona Maiorca che morira’ pochi anni dopo, le chiacchiere ovviamente indicavano in Giovanna l’ assassina anche se Giacomo non risulta sia morto avvelenato o assassinato. In ogni caso, la focosa regina, benche’ piuttosto matura, sposa un nobile tedesco, il suo quarto marito che durera’ poco anch’ esso, inutile dire che anche in questo caso sorsero delle chiacchiere sul conto di Giovanna. Divenuta ormai anziana, avendo avuto 4 mariti e nessun figlio, la regina si dette ad organizzare la sua successione e anche questa volta lo fece a modo suo, senza tenere conto di etichette e diplomazie. Prima nomina Carlo di Durazzo suo successore, poi, per alcuni dissapori con questo, cambia improvvisamente idea e nomina Luigi d’ Angio’, fratello del re di Francia. Ma stavolta la fortuna e’ contro Giovanna, soprattutto sono contro di lei i baroni ed i nobili duosiciliani che ritengono Carlo un re “loro” e Luigi uno straniero. Carlo organizza un vero e proprio colpo di stato, fa catturare Giovanna e la fa uccidere nel castello di Muro Lucano. Giovanna aveva 54 anni, di lei restano varie testimonianze, in Abruzzo e’ celebre la maestosa torre della regina Giovanna di Bisenti (TE).
GARIBALDI: SONO CON VOI (autore Nando Dice')
Festeggiano me, ma la festa l'hanno fatta a voi.Vi scrivo, non per scusarmi con voi, cari italiani
del sud, ma per dirvi che oggi sarei con voi. Lo so, questo vi sembrerà strano, ma mi sembra assurdo, che dopo i danni che vi feci, e quelli ancor più grave che vi fecero in mio nome, oggi dobbiate pagare con le vostre tasse la commemorazione della mia nascita.
Sono sempre stato uno spirito ribelle è il fatto di essere nato in una cittadina francese, ma di sentirmi italiano, mi ha un poco confuso le idee. Forse se fossi nato a Bologna, quindi nato già italiano, con lingua italiana e con cultura italiana, questa fissazione dell'unità statale italiana non mi sarebbe venuta.
Ma con i se e con i ma, non si cambiano le cose.
Certo avrei dovuto riflettere, che uno stato "italiano" non significa automaticamente, il rispetto dell'italianità di tutti i popoli italiani. Ma all'epoca mia, certe cose non si sapevano. Basta solo dirvi che l'italiano mi fu insegnato da un militare napoleonico, e che quindi concepì l'Italia sono in termini giacobini. Uno stato, un popolo, una cultura e vaffanculo 3000 anni di storia, identità, diversità e civiltà, che sono alla base dell'italianità. Una cazzata tremenda!
Io fui diverso da tutti quelli che "scesero" nel vostro sud: chi mi precedette volle solo le vostre ricchezze, con me, e dopo di me, vollero anche la vostra anima.
La mia vita è un romanzo, ma ad ogni capitolo, ve ne renderete conto, c'è la farsa e la tragedia.
Fui socialista, ma alla fine vi consegnai alla peggiore monarchia, io figlio del popolo vi "vendetti" ad un re figlio di un beccaio, (a proposito; perché non fanno l'analisi del DNA è fugano ogni dubbio?) fui anticlericale, ma offrì la mia spada al Papà, feci l'unica "unità nazionale" conosciuta, condotta a fil di spada, contro la religione nazionale, ed alla fine mi volevano fare anche santo.
Lottai per darvi terra e giustizia, ma vi consegnai disoccupazione ed emigrazione. Vergogna su di me, che non compresi, vergogna su di me che distrussi la vostra vita per un sogno. Gli italiani non si potevano fare, perché erano già lì, l'Italia non si poteva "creare", esisteva da sempre. Che vergogna, come uno stupido confusi lo stato con la nazione, l'identità che esisteva, con una creata a tavolino, distrussi gli antichi valori, costruì i nuovi sfruttamenti. Sapeste ora come mi prendono in giro qui. "Senza italiani che senso ha l'Italia?" Continuano a chiedermi, e sapete una cosa? Me lo chiedo anch'io.
Proprio io, che il fato portò esule nell'altro capo del mondo, vi regalai l'emigrazione! Mi dite che sono un ladro di donne, che per vivere trafficai in schiavi? Cosa vi devo rispondere? In guerra ed in amore tutte è permesso ed a me piacquero sia l'avventura che le donne. In questo fui italiano fin nel midollo, ma a me almeno, piacquero le donne, oggi è ancora così per i vostri governanti?
Mi accusate di essere un massone? Non lo nego, ma non tramai mai nell'ombra. La mia "squadra" erano i compagni rivoluzionari, i compassi li usai solo in funzione dei cannoni. E poi, come direste voi, era di moda. Non ero consapevole che quando parlavano dei "migliori dei mondi possibili", non parlavano per TUTTI, ma solo per loro.
Cari amici su molte cose sono d'accordo con voi, la storia va riscritta, quei pennivendoli di regime, mi hanno descritto "senza paura e senza macchia", per farsi belli con la mia storia, perché mangiavano della mia storia, perché quella "storia" faceva comodo ai nostri nemici di sempre, che li pagavano. Dico nostri, perché non potete negare, che nonostante tutto e nonostante i miei errori, il Savoia ed i liberali, non erano miei amici. I piemontesi mi chiamavano sovversivo, i Savoia mi condannarono a morte, i bersaglieri mi spararono....
Senza paura un corno! Tanta era la paura di fare la stessa fine di Pisacane e dei Bandiera, tanta la paura che quelle navi borboniche ci facessero fuori lì, sul bagnasciuga di Marsala, tanta la paura, per come vi difendeste sul Volturno e ancora tanta la paura nel vedere che non potevate essere tutti corrotti dall'oro dei turchi e dell'Inghilterra.
Io non mentivo quando volevo dare la terra ai contadini, ma i banchieri fecero bene i loro conti, e se da un lato mi diedero armi e logistica per farvi la guerra, dall'altro mi descrissero al mondo come il solito pericoloso socialista e sovversivo, amico del terrorista Bil-Mazzini. Mi usarono, come, usarono tanti altri. Tanti altri, che più di me erano in buona fede e questo non lo potete negare. Ma, perché c'è sempre un ma, se non avessi "regalato" la vostra patria al Savoia lì a Taverna Catena, e non a Teano, Cosa sarebbe successo? Orde di "barbari" senza pensioni e con la pena di morte facile vi sarebbero venuti a "liberare" dal sottoscritto terrorista antelitteram. Vi risparmiai un'altra guerra, un'altra con cui non avreste neppure conservato l'illusione di essere italiani.
Voi mi potreste dire: "potevi lasciar decidere noi?" E come? Cari Napulitani, la democrazia non esiste, è una pia illusione, buona per darvi una scusa atta a sopportare le umiliazioni e i soprusi di chi comanda, basta solo ricordarvi quella supercazzola mondiale che fu il plebbliscito d'annessione.
Io lottai al di sopra di ogni cosa per la libertà di tutti gli italiani, immaginate come mi debbo sentire oggi, oggi che liberandovi da voi stessi vi consegnai, insieme a tutti gli altri italiani, nelle grinfie degli stranieri. Gli stranieri peggiori, gli stranieri di ogni patria, gli stranieri da ogni legame naturale, di tutti i popoli, i banchieri.
Certo vi debbo ancora i soldi che "presi" dal Banco di Napoli, ma anche se volessi restituirveli, e come è evidente non posso, siete sicuri che quei soldi tornerebbero a voi? Siete sicuri che quei soldi non sarebbero investiti in partitocrazia per dominarvi e sfruttarvi meglio? Non esiste neppure più, il Banco di Napoli.
A proposito vi debbo i miei complimenti per aver resistito 140 anni a questo stato di cose. Se non eravate quel che siete, se non eravate quegli splendidi italiani che siete, per quel che vi fecero e continuano a fare, a quest'ora la camorra dovrebbe essere, un gioco per bambini. Io me li ricordo i mafiosi ed i camorristi, ci aprirono le porte e ci aiutarono, ed in cambio mi chiesero solo di presentargli i nuovi padroni e di avere un poco più di "piccioli".
Ma torniamo a noi, vi trovo ancora con tanta energia e voglia di cambiare. Se molti di voi hanno perso la forza dell'indignazione, ancora tanti, ricordano di essere stati un grande popolo, con grande ingegno e civiltà. Civiltà Italiana, di stampo Duosiciliano.
Ai miei tempi vi direi di fare, preciso preciso, come facemmo noi, assaltate Poggioreale, liberate tutti i criminali, promettetegli la grazia e tanti soldi. Non preoccupatevi delle divise pure noi vevamo solo 130 camice rosse. Se fra di voi ci sarà anche la futura moglie di un primo ministro, ancora meglio. Fatevi dare un paio di aerei da scentology, corrompete i politici milanesi, dite alle banche che non cambierà nulla e partite all'assalto. Appena arrivate a Milano alleatevi con un Don Rodrigo qualsiasi e fatelo sindaco, prendete Lapo e fatelo ministro dell'educazione, chiudete le scuole per 5 anni e riapritele con professori vostri, cancellate la Fiat e cospargete sale sulla borsa di Milano. Depredate le loro fabbriche e le loro chiese. Alle loro banche abolite il signoraggio, alle loro industrie vietate il commercio estero, togliete le forniture statali a tutti i loro opifici. Con un poco di coraggio anche Roma sarà vostra, rifate Napoli capitale d'Italia e Roma Caput Mundi e fra 60 anni, le frasi che ascolterete saranno , "le auto come le fanno a Melfi, non le fa nessuno", "I meridionali? Quelli si che sanno come si lavora", "la pulizia e la civiltà che c'è a Napoli non c'è da nessuna parte d'Italia".
Ma è questo quello che volete? Essere come noi? Ripetere i nostri errori? Usare i vostri fratelli di cultura italiana, come carne di macello dei banchieri?
Questi non sono i miei tempi, ed io non so darvi consigli, ma una cosa sola mi preme dirvi, fu anche colpa mia, ma io oggi sarei con voi, con voi perché OGGI non c'è nessun italiano libero e sovrano, con voi perché avete resistito, con voi per una nuova avventura. Ed è per questo che sono con voi, perché sognate come me, di cambiare le cose.
Vostro Giuseppe Maria Garibaldi,
cittadino francese, di cultura social-illuminista multilingue, nazionalità italiana, generale pentito di una rivoluzione infame
IL 25 APRILE E LE BUGIE RISORGIMENTALISTE
Ultimamente e' in voga una ulteriore versione del 25 aprile: la resistenza come evento che ha fatto nascere la nuova Italia, finalmente unita da Nord a Sud in nome della democrazia.
Insomma chi ha fatto il partigiano secondo costoro era contentissimo dell' Italia che e' venuta fuori dopo il 25 aprile, ha combattuto, anche ferocemente, per quello che poi e' venuto fuori: una specie di protettorato degli USA con al governo e all' opposizione furbi, faccendieri, bugiardi e vecchie conoscenze, con sotto un popolaccio servile di cui gli sbraconi alla Sordi ne erano l' emblema.
Che l'Italia del post 25 aprile sia meglio di quella dell' era fascista non c'e' dubbio ma a fare meglio del peggio ci vuole poco.
Intanto di Italia non ne esce affatto UNA ma Due, come sempre e' stato.
Il Nord dove la resistenza e' stato un fenomeno ampio e di massa, distrutto dagli eventi bellici, lacerato da questioni ideologiche e dagli strascichi della guerra.
Il Sud in cui, con l' eccezione dell' eroiche 4 giornate di Napoli, la resistenza armata e' stata una rarita' tutta la struttura economica e produttiva e’ rimasta efficiente, senza significative distruzioni se non con l’ eccezione delle zone intorno a Pescara e Cassino dove s’era fermato per qualche mese il fronte.
Difronte alla nuova Italia che si apprestavano a costruire, il Sud manifesta da subito tutta la sua alterita': al referendum monarchia - repubblica, tutte le regioni delle Duesicilie votano in massa per la monarchia, comprese le zone del "basso Lazio" che sono diventate Lazio per volere di Mussolini (e restate tali tutt' oggi), mentre prima erano Abruzzo o Campania. In nessuna regione, all' infuori di quelle duosiciliane, la monarchia ottiene la maggioranza.
I Savoia vengono mandati in esilio ma tutta la retorica del Risorgimento non subisce alcuna revisione, anzi, si ribadiscono con maggior forza quelle luride menzogne con l' aggiunta di ritenere finalmente compiuto il percorso risorgimentale con la resistenza, secondo risorgimento italiano.
Finita la guerra, la storia delle due italie ricomincia, per certi versi dal 1860, e cosi’, la rapida avanzata degli alleati al sud e’ garantita di nuovo dall’ appoggio della delinquenza organizzata che si guadagna ancora una volta un ruolo fondamentale nella vita delle nostre regioni ed ugualmente e’ di nuovo il Sud che e' usato per finanziare il Nord con la truffa delle AM lire, ovvero equiparando i soldi veri delle Duesicilie alla carta straccia del Nord, realizzando un furto colossale che riporta l' asse economico al nord.
L’ Italia che si afferma dopo il 25 aprile dunque non e’ niente di bello e di alto e soprattutto niente di nuovo e di unito, al nord si concentrano gli affari, gli investimenti produttivi, al sud si specula, si mettono al potere mediatori tra la delinquenza organizzata e gli apparati dello stato, dovunque un ceto arrafone, meschino, bugiardo si appropria delle posizioni migliori dentro le istituzioni o a latere di esse.
Chi aveva fatto onestamente il partigiano e per campare non si era attaccato al carro degli antifascisti del giorno dopo o degli stalinisti poltronisti, non era per niente contento di quello che era venuto fuori.
La “nuova Italia” moralmente e’ molto piu’ il prodotto dell’ 8 settembre e di piazzale Loreto che del 25 aprile, per tutto il resto non e’ che la riedizione dell’ Italia prefascista solo senza i Savoia.
Per quanto ci riguarda, dunqe, se diciamo che sono quasi 150 anni che siamo colonia interna, non diciamo nulla di sbagliato.
“RISORGIMENTO”, ATROCITA’ GRATUITE E MEDAGLIE AL VALORE di G. Larosa Col racconto dei numerosi crimini commessi dall’ esercito Piemontese e dai collaborazionisti dell’ infame Guardia Nazionale si possono riempire ponderosi volumi; ci limitiamo, in questa occasione, ad alcuni episodi, avvenuti nel basso Abruzzo e vicino Sulmona, per dare un ulteriore contributo a tutti gli onesti storici che stanno scrivendo la vera storia dell’ unificazione d’ Italia.
Il protagonista si chiama Chiaffredo Bergia, un carabiniere di Saluzzo, soprannominato l’ ammazza briganti, un sadico criminale che in ricompensa per le sue atrocita’ confeziono’ una sfilza di onoreficienze e medaglie al valore.
Siccome anche sui suoi crimini si possono scrivere parecchie pagine, ci limitiamo a ricordare per sommi capi solo alcuni episodi in cui si distinse per gratuita e disgustosa ferocia.
Cominciamo col povero Salvatore Scenna di Orsogna, comandante di una brigata di legittimisti che aveva dato filo da torcere per un anno agli squadroni dei savoiardi.
Catturato dopo un durissimo scontro, fu ucciso scaraventato da un balcone del tribuale militare di Chieti.
Secondo un vigliacco travestito da storico, Scenna si sarebbe “suicidato”.
Un altro atto di sadismo lo subi’ Felice Marinucci di Sulmona che rimase ucciso dopo una disperata resistenza da parte della sua banda contro un reparto dell’esercito invasore.
L’ eroico carabiniere dopo aver fatto infierire sul cadavere di Marinucci, lo lascio’ a marcire, esposto sulle scale della chiesa dell’ Annunziata di Sulmona, con attaccato alle gambe un minaccioso cartello rivolto alla popolazione.
Stessa sorte tocco’ ai corpi di Gabriele Tiberi, di Palena, Gesualdi Stefano di Cansano e ad un ignoto soldatino del 7’ cacciatori dell’ esercito duosiciliano caduti dopo essersi scontrati sui monti vicino Sulmona con gli invasori.
I loro corpi martoriati, furono, “come di consuetudine” (riferisce letteralmente la cronaca del’ epoca), trasportati fino a Sulmona e lasciati per giorni esposti nella piazza Mercato come “esempio per il popolo”.
Crocitto, soprannome di Croce di Tola, uno dei piu’ celebri partigiani duosiciliani, dopo anni di scontri, fu ferito ad una gamba e catturato.
Trasportato per le strade di montagna senza alcuna medicazione, arrivo’ a Scanno che la gamba era andata in cancrena.
Un medico del posto gli amputo’ l’ arto e l’eroico ammazzabriganti fece subito esporre il trofeo, la gamba sanguinante, al balcone della caserma.
Tre mesi dopo, Crocitto, ridotto uno straccio umano, fu condannato a morte a L’ Aquila.
Ma l’ episodio piu’ raccapricciante avvenne a Vasto, vittima Giuseppe Pomponio.
Questi, con la sua brigata tenne testa per mesi agli invasori nella torre di Montebello.
Fu catturato ferito gravemente, impiccato sul posto, decapitato e mutilato e le varie parti del corpo fuorno esposte nei posti dove aveva combattuto.
Lo storico Piovesan, un cronista non certo filo borbonico, narra che la carcassa del corpo fu esposta sulla torre del castello di Vasto, un braccio fu fatto penzolare da un balcone del castello del vicino paese di Monteodorisio e l’ altro braccio fu appeso all’ arco della porta medievale di San Vitale nella citta’ di San Salvo.
Chiaffredo Bergia, gia’ decorato di due medaglie d’ argento per le prodezze di cui abbiamo detto prima, fu premiato, per quest’ ultimo atto d'eroismo, con una medaglia d’ oro al valor militare.
Giulio Larosa
4 NOVEMBRE ECCO I NOSTRI EROI: EMILIO D’ALESSANDRO Emilio D’Alessandro aveva 18 anni nel 1916, cosi’ anche a lui arrivo’ la cartolina per la guerra.Emilio era simpatizzante delle idee anarchiche, non aveva alcuna simpatia per la "patria Italia", anche perche’ sapeva bene da quale infame saccheggio era nata.
Il nonno ricordava ancora i bei tempi dei Borbone, quando andavano a Caserta per la festa del re che si teneva ogni anno.Le strade erano sicure, la nostra terra era, come sta scritto a caratteri cubitali sulla Maiella, "la terra dei fiori" ed allora, nel 1916, dopo quasi 60 anni di occupazione era diventata "la terra delle lacrime", come recita la stessa scritta.I segni della "gloriosa unita’", lasciati dagli "eroi" che avevano fatto l’ Italia, erano ancora visibili: non appena fuori Sulmona, era ancora pieno dei resti delle fattorie distrutte, delle case bruciate, delle campagne devastate.
Parti’, non poteva fare diversamente, ma non parti’ come recitano le cronache dell’ epoca "per fare il suo dovere di Italiano" ma solo per evitare la galera e forse anche la forca.Emilio si ritrovo’ nella brigata "Teramo", compagna di sventura della piu’ celebre "Catanzaro".
Al fronte, dopo una infinita’ di massacri, scoppio’ la rivolta.
Laceri, feriti, affamati, i soldati di alcuni battaglioni si ammutinarono.Emilio combatte’ fiero di combattere, solo quella battaglia, quella contro i carabinieri che gli sparavano addosso, quella contro i "fratelli d’ Italia" che avevano devastato la sua terra e che ora gli ordinavano una nuova infame guerra di conquista.
Ebbe una grande fortuna: scampo’, tra i pochissimi, al massacro che fu fatto ad ammutinamento sedato.Ai soldati rimasti vivi e "graziati" della fucilazione, uno ogni 10 di quelli che si erano arresi, tocco’ la prima linea.Ed Emilio fu eroe, non per la falsa patria, ma per aiutare i compagni, salvare vite di amici.Le sue gesta, che gli costarono un occhio e lo resero zoppo, arrivarono in alto e cosi’, a pochi giorni dalla fine della guerra gli dettero anche una medaglia d’ argento.
Che fine fece fare a quella medaglia, nessuno lo sa, quando ne parlava, la descriveva come un’ obrobrio, una specie di infame feticcio di cui si era liberato appena possibile.Semi cieco, zoppo, i parenti gli dissero di farsi dare un lavoro tranquillo al comune, era pure colto, aveva una medaglia, gliel’ avrebbero dato senz’altro.
Ma Emilio non sopportava nemmeno certi discorsi.Visse di lavori umilissimi tutta la vita.Da vecchio rifiuto’ anche la pensione: non inoltro’ mai la domanda, diceva che non riconosceva lo stato, non riconosceva l’ Italia, e che non voleva niente da loro.Molti lo prendevano per un tipo strambo, guadagnava qualche soldo facendo fotografie ai bambini e alle coppie che passeggiavano alla Villa Comunale, tutto quello che gli restava era una vecchia macchina fotografica, regalo del fratello Alessandro che aveva un celebre negozio di ottica, gli dava i rullini e gli sviluppava gratis le foto.
Mori’ vecchissimo, io stesso l’ ho conosciuto e l’ho visto per l’ultima volta quando avevo 18 anni.Non posso dimenticarlo, cosi’ dolce, magrissimo, affettuoso con tutti e cosi’ forte e fiero nell’ animo.
Questo 4 novembre 2006, in faccia alle buffonate e alle fanfare Italiote, noi, Emilio, lo dedichiamo a te!
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