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LU CIUCCIO INTELLIGENTE di G. Larosa
Alla povera bestia sono dedicati molti dei piu' infami proverbi popolari.
" a lava' la facce allu ciucce ci pirde l' acqua lu tempe e lu savone"
"miette cunfett' in bocca allu ciucce!"
"A carezza' lu ciucce si pijane li cauce"
E cosi' via diffamando.
Ma intanto, da cosa deriva tanta cattiva fama?
L'asino, in realta', come testimonia chiunque lo ha allevato e posseduto, e' molto intelligente, anzi, troppo! La sua piu' che stupidita' e' stravaganza, testardaggine e insofferenza. L'asino, insomma, e' docile ma non come il bue, che e' anche paziente, e' docile ma vuole fare di testa sua, non ama essere diretto, e' di indole selvatica pur essendo domestico, un po' come il gatto rispetto al cane.
E' stupido nel senso che non e' riconducibile facilmente alle ragioni del padrone, in piu' e' furbo, finge di non capire e se ha una sua esigenza non sente ragioni e non teme bastone.
Di asini ne rimangono pochi, una volta in Abruzzo e nelle Duesicilie specialmente, dopo la pecora era l' animale piu' diffuso. Oggi e' quasi a rischio di estinzione, sono nate, infatti, associazioni, allevamenti proprio per preservarne la specie.
Gli asini in circolazione sono quasi tutti meticci, incroci plurimi di asini di razze diverse mescolatisi nei secoli, tuttavia alcune razze si possono individuare. Il piu' maestoso e bello e' quello di Martina Franca, il piu' grazioso sicuramente quello bianco dell' Asinara. Esperti hanno classificato una quindicina di razze, su molte non concordano, in Abruzzo c'e' ( o forse c'era se non si e' estinto) l' asino detto "Cariovillo" o "Carovillo" tipico de L'Aquila.
La collaborazione tra l' uomo e l'asino risale alla preistoria e sin dall' antichita' era apprezzato il suo latte.
Mia nonna di Sulmona parlava spesso del latte di asina che si dava ai bambini la cui madre era morta di parto o che non aveva abbastanza latte perche' quel latte non faceva male ai piccoli, al contrario di quello di altri animali.
Oggi e' stato scientificamente dimostrato che il latte di asina e' quello piu' simile a quello materno.
Ma non e' solo questa la caratteristica positiva del latte d'asina.Il loro latte e' estremamente ipoallergico e quindi lo puo' bere anche il soggetto che non puo' assumere latte o derivati dal latte. Per l'impiego del latte di asina esiste anche un regolamento UE. Interessante e' stato il progetto "Alto Belice" che ha avviato una straordinaria esperienza di collaborazione tra le aree rurali e l' ospedale pediatrico di Palermo.
Utilizzi meno nobili del latte d'asina sono per la cosmesi, in quanto ottimo per la cura della pelle, cosa nota sin dall' antichita', infatti si dice che Poppea, per mantenersi bella facesse il bagno in latte di asina.
La riscoperta delle straordinarie virtu' del latte di asina sta anche comportando qualche inconveniente, infatti c'e' la tendenza a modificare la razza per aumentarne la produttivita' che e' normalmente bassa, trasformando le povere asinelle in "vacche da mungere".
L'asino, infine, e' anche buono da mangiare, la sua carne e' estremamente simile a quella del cavallo ed ha le medesime proprieta'. Da qualche parte si trovano ancora dei salami fatti con carne di asino che una volta era quella di asini troppo vecchi per poter essere ancora utilizzati sul lavoro.
L'asino allo stato semiselvatico sarebbe anche molto utile per la prevenzione degli incendi, in quanto ghiotto degli arbusti del sottobosco che sono la miccia per gli incendi.
In Abruzzo ci sono vari allevamenti di asini, il piu' celebre e' quello di Capestrano "Ciucolandia" che merita di essere visitato e sostenuto (http:www//ciucolandia.it). Altra realta' impegnata nella protezione della specie e a promuoverne la diffusione e la valorizzazione e' la arcinota "porta dei parchi" di Anversa dove opera il benemerito Nunzio Marcelli. Altre realta' interessanti sono alcuni agriturismi nei dintorni di Sulmona. Per il futuro il Comitato Duesicilie propone agli addetti ai lavori di sviluppare attivita' e collaborazioni come quelle dell' Alto Belice, tale battaglia ha un grande valore in quanto le multinazionali dell' "avvelenamento terapeutico" sono ferocemente ostili alla diffusione del latte di asina perche' eliminerebbe la necessita' di usare i loro intrugli artificiali che danno assuefazione.
Altro nemico giurato dell' asino e' il mondo dei banditi dell' agroalimentare che spingono l' uso del latte di soia, ormai quasi tutta OGM. Insomma, per il nostro bene e per la loro sopravvivenza, alleiamoci con i ciucci!
UN DOLCE TRIONFALE LA CASSATA
Mi capita spesso di dover discutere di "cassate", con la S, attenzione! Si tratta, dunque di un argomento importante perche' di questo dolce molti conoscono solo la versione siciliana o quella del gelato.
Cominciamo con lo scartare il gelato che e' chiamato impropriamente cassata mentre e' piu' corretto dire "alla cassata" perche' della piu' celebre cassata ha i canditi e il fiordilatte gelato.
Perche' lo scartiamo? Perche' nella cassata e' fondamentale la ricotta, il nome, infatti, era "caseata" una parola derivata dal latino, per indicare genericamente una torta o un pasticcio a base di ricotta, nel lontano passato non necessariamente dolce.
Alcuni sostengono che derivi da una parola araba che vuol dire "teglia" o con un significato simile ma questo e', a mio parere, il solito vezzo di chi vuole fare ora "l'arabo" ora "l' ammericano" per darsi un tocco di specialita'. Infatti non si capisce come mai un dolce, per di piu' a base di ricotta, invece che prendere il nome da caseum e caseata che significano formaggio e torta di ricotta in latino, debba prendere il nome da una parola che vuol dire "teglia", "pentola" o giu' di li... bah!
E' invece una invenzione degli arabi il candito.
La torta dolce di ricotta, diffusa in tutte le duesicilie sin dall'antichita', diventa sempre piu' ricca e si differenzia man mano nelle varie versioni regionali col passare del tempo proprio a partire dalla fondazione del regno delle Duesicilie.
Prima di tutto si evolve in Sicilia, dove si introducono i canditi e la pasta di mandorla come decorazioni e condimento.
I canditi vengono recepiti dalla pasticceria di Salerno che e' estremamente simile a quella siciliana, per una semplice ragione: nei primi anni del nostro regno, Salerno e non Napoli, e' la capitale della Sicilia Continentale e quindi Salerno dove spesso si trova anche il re, ha un dialogo ed uno scambio intensissimo con la Sicilia.
A Salerno la cassata tipica diventa piu' piccola, in analogia con le altre paste dolci, dette anche pastarelle, tipiche della pasticceria campana anche nell' antichita'.
Da Salerno la tradizione diventa anche napoletana e da Napoli, tutta la nobilta' delle Duesicilie importera' prelibatezze e dolci.
Piu' tardi, quando siamo in pieno barocco, tra il 600 e il 700, anche i dolci diventano piu' barocchi, tanto piu' barocchi quanto piu' barocca e' la regione.
La Sicilia ha il primato del barocco e questo vale pure per la Cassata siciliana che diventa decoratissima, canditissima, ricoperta anche della "zuccata" un mega candito di zucca inventato da un pasticcere locale di nome Guli'.
Insomma la cassata siciliana diventa piu' o meno come quelle che vediamo oggi, si inseriscono anche, secondo i casi, gocce di cioccolata e, soprattutto, pan di spagna come sostegno.
In Abruzzo, in questo periodo, da Napoli, sembra siano arrivati gli struffoli e le cassate.
Gli struffoli si arricchiscono di confetti e zuccherini, e crescono di dimensioni, diventando la "cicerchiata", mentre la Cassata, mantiene i soli canditi della tradizione siciliana e si arricchisce di un prodotto tipico di Sulmona: i confetti.
In aggiunta, dato che la zona dei confetti e' anche quella della cioccolata, o meglio del torrone, specie nella zona dell' Aquila, si inserisce anche il torroncino finemente tritato con le mandorle tostate.
Ecco quindi le tre cassate delle Duesicilie: la cassata siciliana, la salernitana e la abruzzese.
Delle tre la prima ha conquistato i mercati, la seconda si trova quasi ovunque nelle pasticcerie campane, la terza e' meno nota e di nicchia, per lo piu' si fa in casa, ma tutte e tre hanno la stessa grande storia comune, appartengono allo stesso albero genealogico e sono prodoti "fratelli" di una terra che e' stata una sola per secoli.
Una nota: il casatiello non c'entra con le cassate ma e' comunque un lontanissimo parente che si e' evoluto per i fatti suoi, e' infatti un rustico della tradizione napoletana, che deriva da una torta, o meglio da un pasticcio, ovvero da una caseata antichissima, di quelle salate!
Per le ricette delle tre cassate consultate libri di cucina, (sono i migliori), o internet dove trovate di tutto, cassate in abbondanza (con la esse) comprese!
COMBAT - BIO, SOLIDALE ANCHE COL VOSTRO PORTAFOGLIO di G.Larosa Combat-Bio, e' il nome giusto per i prodotti di Ossino Fisicaro, perche' non sono solo prodotti coltivati con le tecniche piu' rispettose della bio-agricolutra ma anche la loro vendita e' una sfida commerciale e di logica di consumo rispetto a quella della grande distribuzione e dei grossisti.
La sfida e' riuscire a vendere direttamente ai consumatori consapevoli e non passivi, eliminando gli intermediari, gli speculatori, inviando direttamente il prodotto appena colto e non frutta maturata nelle casse e nei lerci magazzini di stoccaggio che vi viene propinata ai banchi di negozi e supermercati.
Il consumatore diventa partecipe di una battaglia fondamentale per il sostegno della nostra agricoltura e quindi per la tutela del nostro paesaggio, della nostra cultura e dell' economia delle nostre regioni. In piu' spende la stessa cifra del supermercato se non di meno, quindi non paga di piu' come spesso accade acquistando merci bio o del commercio solidale.
I prezzi sono quelli del supermercato che si aggirano tra poco meno di un euro al kg ( il famoso truffaldino0.9 o giu' di li') e poco piu' di un euro secondo la presunta qualita' del prodotto.
Infatti le arance COMBAT-BIO sono vendute, per pezzatura piccola e medio piccola a circa 1 E/Kg, per la media media e grande a circa 1.3E/Kg.
Ma che arance! Provate a confrontarle con quelle di analogo prezzo o anche con le piu' costose del vostro supermercato! Insomma, questo e' un commercio solidale anche col vostro portafoglio!
Giulio Larosa
ECCO LE ARANCE NAVELLINE di M.O. Fisicaro Siamo piccoli produttori d’agrumi a Sud dell’Etna, in tenere del Comune di Lentini (SR), ove la coltivazione dei nostri agrumi (è effettuata così come fu introdotta in Sicilia dagli Arabi durante la loro dominazione, senza uso d’alcun fertilizzante, diserbante e pesticida) ed in modo particolare le varietà “Naveline – Moro - Tarocco – Sanguinello e Ovale”.
Alla luce dei prezzi che praticano e praticavano i commercianti del settore sui prodotti pendenti all’albero, nel 2005, a rischio di perdere l’intera produzione, decidemmo di rivolgerci direttamente ai consumatori, e di non cedere più agli speculatori le nostre produzioni.
In quei tempi ancora non sospetti, nel nostro piccolo riuscimmo a creare quella filiera corta di cui oggi tanto si parla.
Tutto ciò è stato possibile:
Grazie ad Internet, che ci ha consentito di fare conoscere la nostra iniziativa, che sin da subito creò inaspettato interesse nel WEB, ove portali importanti a livello nazionale intesero farla e a loro volta sponsorizzarcela, in forma assolutamente gratuita, perciò ne saremo per sempre grati;
Grazie ai consumatori che pur non conoscendoci intesero sostenerla con le loro ordinazioni:
Oggi, a distanza d’anni, ci riteniamo soddisfatti del lavoro fin qui svolto, anche se ancora non siamo al 100% delle nostre attese.
Riusciamo tramite internet a vendere gran parte della nostra produzione ai diretti consumatori, recapitandogli i nostri prodotti appena raccolti a domicilio, con l’ausilio di corrieri espressi, che riescono a recapitare le nostre spedizioni entro 72 ore in tutta Italia Isole comprese.
I periodi delle nostre produzioni vanno da metà Novembre a tutto maggio.
Anche quest’anno, il prossimo 14 e 15 Novembre inizieremo la raccolta delle arance primizie "varietà NAVELINE", che nella scorsa stagione ha avuto un inaspettato riscontro
La cultivar di quest’agrume è d’origine Californiana, dove è stata ottenuta da una mutazione gemmaria della Washington Navel. Inizialmente, in Europa è stata valorizzata in Spagna, da dove è stata importata in Italia.
Le arance naveline devono il loro particolare nome alla lingua inglese.
La parola navel significa appunto ombelico in quanto i botanici inglesi vollero rilevare la forma sferica di questo frutto senza semi, diverso dalle altre arance, apprezzato in tutto il mondo anglosassone, soprattutto per la produzione di confetture. L’albero è di medie dimensioni, Il frutto presenta una forma caratteristica obovoide.
Nel nostro territorio va in maturazione completa fine Ottobre inizio di Novembre, è la più precoce e normalmente s’inizia la raccolta nella prima decade di Novembre.
Arancia di grandezza media grande; con buccia liscia e senza imperfezioni, ottima da mangiare a spicchi.
E’ “bionda” e primizia, in altre parole matura prima delle altre. E’ apirena (senza semi) e sono dunque molto apprezzate dai bambini, è un’arancia di bell’aspetto.
La polpa presenta una tessitura grossolana, moderatamente succosa.
La buccia è liscia e senza imperfezioni, poco profumata prima di essere aperta.
Le Naveline, oltre ad essere tra le più ricche di vitamina C, sono le più caloriche e sono dunque le più adatte per le persone asteniche e con il sistema immunitario indebolito, pertanto sono Indicate nei regimi vegetariani.
Come tutte le arance aiutano il nostro organismo ad assorbire il ferro dai vegetali e stimola le difese del sistema immunitario, prevenendo i fastidiosi raffreddori.
Questa varietà proviene da un impianto giovane, ed è disponibile dal prossimo lunedì 16 Novembre.
La disponibilità è limitata, alla luce del riscontro ottenuto nella scorsa campagna, si presume l'esaurimento entro il 15 Dicembre p.v.
Pertanto, se si desidera è possibile già prenotareMichele Ossino Fisicaro michelefisicaro@tiscali.it scrivendo a
questo e' il listino prezzi e le offerte per voi
Il Timo vero e il Timo falso di Gennari'
Mi chiamo Gennaro, Gennari' per gli amici e per lavoro passo molte ore in piedi. La sera, spesso, quando torno a casa, i miei poveri piedi sono dolenti, gonfi e cocenti. Da anni cerco di rimediare con un pediluvio e qualche massaggio che si, alleviano il dolore, ma appena appena. La mia mente va spesso ad una pomata che usavamo quando ero ragazzo, un composto fatto da una erboristeria di Sulmona a base di Timo. Ricordo, specie dopo le partite a pallone piu' dure, che quella pomata spalmata sui piedi, mi dava una sensazione immediata di straordinario ristoro.
Per anni e' stato un ricordo di gioventu' ma una settimana fa, entrando in una erboristeria di Chieti, mi e' andato l' occhio ad una confezione speciale, messa quasi nascosta su uno scaffale. Era lei, la pomata taumaturgica al Timo! La confezione era molto simile, solo piu' moderna di quella di allora, con i due piedoni disegnati sulla scatola e sul tubetto, il nome commerciale non lo ricordavo ma comunque era piu' o meno quello "balsamo dei piedi" o "sollievo dei piedi".... beh, insomma era quello! Compro subito la pomata e il giorno dopo sul lavoro non mi sono risparmiato: ho sforzato i miei piedi senza pieta', cosi' la sera erano davvero massacrati, quindi al meglio per un esperimento delle virtu' della pomata. Da quel giorni, tutte le sere, mi bastava un po' di pomata sulla pelle e sentivo i piedi come rassodarsi, con una sensazione di fresccura piacevolissima. Me li sentivo anche fortissimi, talmente forti che avrei potuto camminare sui chiodi come i fachiri! Due sere fa pero', mi e' venuta una strana curiosita': essendoci una scritta in italiano da una parte e una in inglese dall' altra, mi e' venuta la voglia di sapere come di dice "Timo" in inglese. Comincio a leggere ma trovo soltanto parole come "mint" e "talc". Un brivido mi corre sulla schiena, giro di colpo il tubetto e mi metto a leggere in italiano. Niente Timo! La pomata e' esclusivamente a base di talco mentolato! Vado a vedere il produttore: una dittaccia di Urbino, altro che Sulmona! A quel punto, roso dal dubbio, procedo, come al solito con la pomata sui piedi ma, per quanto mi sforzassi di non farmi condizionare da quello che avevo scoperto poco prima, l'effetto e' stato zero assoluto, giusto un po' di odore di menta. La stessa cosa si e' ripetuta nelle sere seguenti: la pomata aveva perso ogni effetto taumaturgico, al punto che ho preso il tubetto e l'ho buttato all' immondizia. Mi resta un dubbio atroce: ma il timo, la pomata di Sulmona di quand' ero ragazzo, funzionavano davvero?
Gennari'
Breve commento
Non ho pubblicato subito questo bel racconto dell' amico Gennaro perche' a questo punto anch'io ero divorato dalla curiosita' di saperne di piu', cosi' ho indagato. Per prima cosa ho cercato la pomata al Timo e, purtroppo, a Sulmona e in Abruzzo non mi risulta sia prodotta piu' da nessuno. Chiedo, con l' occasione a tutti gli iscritti a Mangiamediterraneo o ai lettori del sito, di indicare a me, all' amico Gennarino e a tutti noi una eventuale ditta delle Duesicilie che produca una simile pomata.
Secondo, ho chiesto il parere ad un esperto, il futuro dottore, specializzando in ortopedia, Franco Salerni di cui riporto la risposta.
G.Larosa
Risponde il dottore
Senz' altro il Timo ha straordinarie proprieta' curative, non solo per i piedi ma per tutte le pelli, le cartilaggini e i muscoli doloranti. La pomata al Timo di cui si parla, era senz' altro efficacissima, quindi consiglio vivamente di provarla. E' invece sconsigliata assolutamente la prova del fachiro!
f.d. (futuro dottore) Franco Salerni
IL FARINDOLO di G. Larosa
Il pecorino di Farindola, che d'ora in poi chiameremo il Farindolo e' probabilmente uno dei piu' antichi, se non il piu' antico formaggio di cui si abbia notizia in Italia, essendo noto gia' sotto i Romani con la denominazione di Formaggio Vestino. Per duemila anni Farindola ha prodotto grandi quantita' di pecorino e di prodotti derivati dall' allevamento delle pecore ed e' stato un paese relativamente benestante fino agli anni '50, quando e' iniziata il secondo tragico esodo dell' immigrazione verso Nord, un immigrazione dovuta alle politiche disastrose adottate dai vari governi con la complicita' dell'opposizione che erano volte a favorire in tutti i modi lo spopolamento delle zone montane e delle Dueisicilie le cui economie dovevano diventare sempre piu' in tutti dipendenti dal Nord industrializzato. Ma anche in questa circostanza la gente d'Abruzzo ha saputo reagire: negli ultimi 10 anni, con il contributo attivo del comune di Farindola, la collaborazione con i comuni della zona, e' stato creato un vero e proprio consorzio di produzione, il CTPF consorzio di tutela del pecorino di Farindola e l'economia rurale della zona si e' man mano ripresa, al punto che oggi possiamo tranquillamente dire che il Farindolo e' fuori pericolo di estinzione. Il consorzio ha anche fissato rigorosamente tutto il ciclo di lavorazione, gli ingredienti e le modalita' di stagionatura. L' intero ciclo di produzione e' stato definito seguendo al massimo la tradizione locale. La caratteristica che rende unico il Farindolo e' l' uso del caglio di maiale che e' il componente che gli da un sapore alquanto diverso dagli altri caci pecorini. Altra caratteristica e' il trattamento della superficie del formaggio con olio e aceto. Ci sono varie tipologie secondo la stagionatura che varia dai tre mesi ad un anno. L'aspetto del Farindolo e' scuro, terroso, si presenta subito come un formaggio "tosto", quando lo si apre e' chiaro, gentile, insomma e' un vero abruzzese! Vi avvisiamo, guai a chi lo chiama semplicemente pecorino, altrimenti chiameremo il Parmigiano col generico nome di Vaccone!
PER UN NATALE SNELLO I gusti sono cambiati e certe volte la tradizione alle volte diventa letteralmente un po' pesante da digerire. Per un Natale snello ecco una semplice ricetta con basso livello calorico ma perfettamente nel segno della nostra tradizione. Brodo con i cardoni (primo piatto per la cena di natale) Il cardo e' un parente dei carciofi, anche se somiglia ad un grosso sedano, e' gia' saporito di per se ed ha il grande vantaggi di un contenuto calorico bassissimo a cui unisce una capacita' di dare senso di sazieta' molto alto. I cardi piu' buoni sono quelli meno verdi e piu' bianchi. Prima cosa pulire i cardi togliendo le foglie e le parti filamentose, poi lasciare per quasi un ora il cardo in acqua con limone per renderlo piu' tenero e saporito. La mattina bisogna preparare il brodo, non preoccupatevi di prendere carne magra, prendete carne economica, con molte ossa, insomma quella che si usava una volta per il brodo, poi sottoponete il brodo ad una cura dimagrante come segue: lasciate raffreddare la pentola col brodo, magari mettendola in terrazzo, poi eliminate tutto il grasso che sta in superficie, poi, ecco il trattamento dimagrante piu' profondo, versate dentro a mo' di stracciatella il bianco di una o due uova, secondo le quantita'. Il bianco dell' uovo gettato nel brodo si assorbe il grasso residuo, poi, bollendo verra' a galla, filtrate il bianco dell' uovo e avrete un brodo con un gusto forte, deciso e magrissimo. A sera, bollite i cardi nel brodo per almeno un ora.
BEVIAMOCI SOPRA di Giulio Larosa
Col tempo le cose sono cambiate, sono nate cantine gestite da personale specializzato ed esperto e cosi' la nostra terra ha potuto dimostrare che il vino buono, anzi, pregiato, e' in grado di farlo anche lei. D'altra parte le condizioni climatiche sono eccezionali: temperature miti da mediterraneo centrale, vicinanza contemporanea di mare e montagna, terreno asciutto ma non arido, sono tutti elementi importantissimi per avere un vino ottimo e con caratteri molto originali. Aggiungiamo poi le caratteristiche delle viti, di alto livello, in genere Montepulciano d'Abruzzo ed abbiamo tutti i migliori ingredienti. Diciamolo francamente, fino a non molti anni fa i nostri vini, tranne qualche luminosa eccezione, non erano un gran che, ricordo i sapori asprigni e spesso poco gradevoli, l'approssimazione amatoriale con cui si vinificava e il triste paragone con le blasonate cantine del nord Italia che erano a tutti gli effetti le rappresentanti praticamente uniche del buon vino italiano. Dei vini abruzzesi si hanno notizie antichissime, sicuramente erano considerati ottimi in epoca romana, infatti sono citati sia da Polibio che da Ovidio nelle Metamorfosi. Tuttavia, se possiamo pensare che Ovidio ne abbia parlato bene per comprensibile amor di patria, non possiamo dubitare di Polibio che racconta stizzito, come Annibale, giunto in provincia di Teramo, trovo' particolarmente gradito il vino locale che fu impiegato per dare piacevole ristoro alle truppe e perfino utilizzato per far scomparire la scabbia ai cavalli.Altre notizie storiche di questo vino si hanno ancora nel '700 e anche queste concordano nel darne una valutazione positiva.
Questo vino che ristoro' Annibale e quello delle cronache successive e' sicuramente un antenato dell' attuale Montepulciano d'Abruzzo che si chiama cosi' per la parentela stretta col Montepulciano di Siena ma non perche' si tratta dello stesso identico vitigno.
Da Duosiciliani vorremmo che il nostro vino fosse chiamato con un nome indicativo maggiormente della sua originalita' ma per ora dobbiamo contentarci della denominazione ufficiale che purtroppo provoca molti equivoci sulla natura e sulla storia del vino piu' importante d'Abruzzo che, come abbiamo detto, non e' derivata dai vini e dalle viti toscane.
La vite di Montepulciano d'Abruzzo ha un ottima resa, da un ettaro si ricavano circa 150 quintali di uva, l' Abruzzo produce ormai una gran quantita' di vino, mediamente ogni anno si fanno circa 4 milioni di ettolitri, di cui il 30% e' DOC. All' estero il cliente piu' importante e' la Germania, seguita da altre nazioni dove risiedono un gran numero di emigranti abruzzesi, come il Canada' e gli USA. Con la quantita' si e' alzata, nel tempo, anche la qualita'.
La crescita qualitativa e' confermata dai numerosi premi e riconoscimenti ricevuti ogni anno dai viticultori abruzzesi di cui e' giusto lodare la volonta' di rimanere originali e ancorati alla tradizione.
Il merito piu' important dei nostri viticultori, oltre al fatto di aver imparato a fare buoni vini e' che, nessuno escluso, non cercano di produrre un vino a imitazione dei piu' noti ma si impegnano a nobilitare e a valorizzare le caratteristiche proprie delle nostre viti e dei nostri terreni.Come dice Franco D'eusanio, gestore della magnifica cantina Chiusa Grande di Nocciano, vicino Pescara, un gran vino prima di essere prodotto, deve essere pensato, prima dunque si fa una scelta filosofica, si decide per quale motivo si vuole fare un certo tipo di vino e cosa deve rappresentare quel vino, poi si comincia a vinificare. Come Abruzzesi non possiamo che dire grazie a quanti come Franco D'Eusanio ci hanno dato una ragione in piu' per essere fieri della nostra terra, della sua storia e delle sue potenzialita' per il futuro. Una volta tanto, quindi, lode ai giovani e brindiamo alla loro salute!
UN MEDITERRANEO VENUTO DAGLI USA Ancel Keynes e’ stato il primo scienziato che ha “parlato di dieta mediterranea” e che ne ha dimostrato i suoi straordinari pregi. Era professore nella scuola di alimentazione dell’ Universita’ del Minnesota negli anni della guerra ed all’ inizio non era affatto un estimatore delle nostre tradizini. Anzi, egli era diventato famoso per aver inventato e brevettato un pasto artificiale considerato eccezionale destinato ai soldati in guerra. Si chiamava razione K ed era un concentrato di alimenti liofilizzati che era il contrario esatto di una dieta mediterranea. La sorte pero’ lo porto’ a seguire le armate statunitensi in Italia, sbarco’ in Sicilia e arrivo’ a stabilirsi a Battipaglia. Incuriosito dalle tradizioni locali, assaggio’ e studio’ i vari piatti tipici e la composizione dei pasti, ricerco’ tutto quanto potesse essergli utile per valutare l’ impatto di questa particolare dieta e l’ impatto che aveva sulla salute degli abitanti. Col tempo si convinse sempre piu’ della bonta’ di quel tipo di alimentazione, caratteristico, sia pure con varianti locali, delle Duesicilie e dei paesi mediterranei come Grecia e Spagna, che lui defini’, appunto, dieta Mediterranea. Quando torno’ negli USA approfondi’ ancora gli studi e le ricerche con statistiche ed analisi finche’, nel 1952 presento’ una straordinaria ricerca chiamata “seven Countries Study” in cui raccoglieva ed analizzava i regimi alimentari di 7 nazioni diverse ed i dati relativi a 12'000 soggetti compresi tra i 40 e i 59 anni. Gli stati erano Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda, Usa e Jugoslavia ed i risultati furono rivoluzionari rispetto alle convinzioni generalmente diffuse. Keynes dimostro’ che quanto piu’ la dieta si allontanava dal modello mediterraneo, tanto piu’ alta era l’ incidenza delle cosiddette malattie del benessere. Le sue teorie non furono bene accolte in patria dove l’alimentazione era basata su prodotti derivati dalla carne bovina, dal latte, dalle uova e dall’ olio di semi. Tuttavia le idee di Keynes alla fine trionferanno ufficialmente anche li, nel 1993 la scuola di medicina dell’ Universita’ di Harvard, insieme alla piu’ prestigiosa organizzazione per l’educazione alimentare, tennero una conferenza scientifica in cui presentarono la cosiddetta “piramide dei cibi”, un grafico che indica le quantita’ e la composizione del cibo ideale per una sana nutrizione. Alla base ci sono pane, pasta, patate e riso: la dieta ottimale e’ composta per il 60% di questi alimenti. Sopra, per un totale del 30% ci sono frutta, ortaggi e prodotti ricchi di fibre. Sopra ancora ci sono le proteine, in particolare pesce, carni bianche, legumi e latticini. Al vertice della piramide c’e’ l’ olio d’oliva. In sostanza la dieta ideale non e’ altro che la dieta mediterranea!
BUONA DIGESTIONE E NON SOLO di G.Larosa e M.Pelino
Il citrato chi lo conosce? E' l' antenato del diger selz, famoso come digestivo, ha molte altre proprieta' rispetto alla celebre pasticca effervescente, in piu' ha una storia avvincente e relativamente antica. Molti avranno visto qualche volta, in una scatola decorata all' antica, dei bastoncini bianchi che, sciolti in acqua la rendono frizzante e con un retrogusto d' agrume: bene, quest'aggregato di sali aromatizzato e' il citrato.
La chimica presenta come citrati vari sali che partono dall' acido citrico del limone, con presenza di sodio, magnesio ed altri componenti.
Quello di cui parliamo si produce da una ricetta segreta e con un macchinario brevettato.
L' Inventore e' Mario Pelino di Sulmona, proprietario nei primi del '900 della celebre ditta che produce anche i confetti piu' famosi del mondo.
Il brevetto e' stato ufficialmente registrato nel 1922 e la macchina che fa il citrato e' ancora la stessa, salvo qualche modifica per adeguarla alle vigenti normative di sicurezza e qualche miglioria tecnica sugli accessori.
Chi fosse appassionato di questi macchinari, trovera' i disegni originali del progetto nel museo della confetteria Pelino a Sulmona.
Esiste solo un altro prodotto simile, la Citrosodina Brioschi, che talvolta si vede in farmacia ma l' unico vero ed autentico citrato e' solo il citrato Pelino.
Il citrato e' stato inventato come integratore salino per combattere la sete di chi faceva lavori pesanti ed infatti questa e' la sua principale dote: e' un eccezionale dissetante e reintegra i sali minerali persi per sudorazione, riducendo l'affaticamento.
Quindi lo consigliamo vivamente agli sportivi: portatevi una bottiglia con acqua e citrato durante l'attivita' sportiva.
Secondariamente e' anche un digestivo, facilita la digestione esattamente come le varie pasticche effervescenti in commercio.
Infine, cosa non trascurabile: rende l' acqua molto buona, leggermente frizzante e dal sapore lieve di arancio-limone.
Una golosita' e' aggiungere citrato alle spremute d'arancia o ai succhi di frutta: attenzione, bere quando la schiuma bianca s' e' diradata.
Il massimo del piacere e' associare l' assaggio del citrato ad una gita a Sulmona e quindi:
primo andare a visitare il museo;
secondo acquistare il citrato;
terzo, fare il giro della citta', fermandosi ad un bar per farsi portare un calice d' acqua o di succo di frutta in cui sciogliere i frizzanti bastoncini.
Nessun timore di esagerare con i confetti durante il giro per la citta', come detto, il citrato e' anche un formidabile digestivo!.
CHIAMATELO ROSOLIO di Marta Flavia
Il rosolio, gia', ne abbiamo sentito parlare da Nonna Papera su Topolino ma chi di noi puo' dire di aver mai bevuto un rosolio in vita sua?In realta' il rosolio e' letteralmente qualsiasi liquore fatto con alcool di vino, quindi qualsiasi liquore che non sia un distillato come il wisky, il cognac o la grappa. Siccome questo termine e' desueto e siccome qualsiasi liquore fatto in casa nasce con un infuso nell'alcool di vino, nulla di grave se chiameremo rosolio il liquore fatto in casa.
Maria Flavia col suo gruppo Yahoo A Tavola con Fantasia ci ha consigliato un gran numero di magnifici roslii, eccone alcuni che profumano di Mediterraneo e di montagne delle Duesicilie.
LIQUORE DI SALVIA
Pulire 100 foglie di salvia, sciogliere 350 gr di zucchero in 6 dl di acqua fredda, aggiungere le foglie, 400 gr di alcool a 95°, la scorza di 2 limoni e 1/2 stecca di vaniglia. Mescolare e travasare in un vaso a chiusura ermetica. Lasciar riposare per 45 gg in luogo caldo, umido e luminoso (praticamente la cucina ^__^). Ogni 2 gg agitare dolcemente il contenitore per 1 minuto. Finito questo periodo, filtrare e lasciarlo riposare di nuovo nel contenitore ermetico per 2 gg. Ripetere questa operazione finchè il liquido non sarà trasparente. Imbottigliare e conservare al fresco e a lbuio per 60 gg.
LIQUORE DI MELISSA (digestivo)
Mettere 250 gr di foglie di melissa, pulite, e qualche fiore, in un vaso a chiusura ermetica insieme al succo filtrato di 1 limone e alla sua scorza gialla. Fare uno sciroppo con 400 gr di zucchero e 500 di acqua. Versarlo caldo sulle foglie e lasciar raffreddare. Quando è freddo unire 300 gr di alcoll e tappare ermeticamente. Far riposare 20 gg in locale scuro e tiepido, agitandolo a lungo ogni giorno. Filtrare, imbotigliare e lasciar riposare alcuni mesi prima di consumarlo.
LIQUORE DI BASILICO
Macerare 52 foglie di basilico in 1/2 litro di alcoll a 95° per 52 gg, foiltrare e unire 500 gr di zucchero sciolto in 1/2 litro d'acqua. Far riposare per 1 settimana, poi filtrare e imbottigliare. Consumare dopo 2 mesi.
LIQUORE AL MIELE
Ingredienti: 500 gr di miele millefiori, 1/2 litro di alcool a 90 gradi, una stecca di cannella, 2/3 di litro d'acqua, una bustina di vaniglina
Far macerare per una settimana la cannella e la vaniglina nell'alcool; mescolare bene al miele l'acqua e mettere sul fuoco (basso) per far addensare fino a ridurre a metà; far intiepidire ed aggiungere l'alcool filtrato; mettere in n vaso di vetro, chiudere ermeticamente e far riposare 10 giorni, agitando ogni giorno; filtrare, imbottigliare, tappare col sughero e consumare dopo una settimana.
COCCOVO (volgarmente detto anche Vov)
Ingredienti per 1 litro: 1/2 litro di latte, 4 tuorli d'uovo, 1 bustina di vaniglia, 100 gr di marsala secco, 100 gr di alcool, 400 gr di zucchero.
Preparazione: Fate bollire il latte con lo zucchero e fatelo raffreddare per bene. Sbattete i tuorli e mischiateli al latte. Aggiungete uno per volta e nell'ordine la vaniglia, il marsala e lo spirito (attenzione: è importante che prima di inserire un nuovo ingrediente il precedente sia stato mescolato bene). Imbottigliate, riponete in frigo e per 8 giorni agitare bene tutte le mattine ... e resistete alla tentazione di assaggiare prima degli 8 gg. Questo liquore buonissimissimo servira' per darvi la carica (o per scaldare il maritino che, vi assicuro, lo gradira' molto).
FRAGOLINO Ingredienti: 350 gr di alcool a 95 gradi, 400 gr di fragoline di bosco, 1/5 di litro d'acqua, 250 gr di zucchero
Preparazione: Mettere le fragoline in un vaso di vetro, versare l'alcool e lasciare in infusione per un mese; far bollire l'acqua con lo zucchero per 5 minuti e far raffreddare; aggiungere lo sciroppo di zucchero all'alcool, filtrare, imbottigliare chiudendo ermeticamente e far riposare per un altro mese.
LIQUORE ALLA LIQUIRIZIA
Ingredienti: 2 o 3 pezzi di radice di liquirizia, 1 tazza e 1/2 di vodka, 1/2 tazza di sciroppo di zucchero gia freddo
Preparazione: Lavare le radici di liquirizia e tagliarle in piccoli pezzi; metterli nella vodka e lasciar macerare in un vaso di vetro per una settimana; strizzare la liquirizia e filtrare; aggiungere lo sciroppo di zucchero e lasciare in infusione un'altra settimana; correggere il gusto, se necessario, con estratto di liquirizia.
LE ANTICHE ORIGINI DELLA PIZZA di Franco Nocella
All’ inizio del terzo millennio c’e’ qualcuno che ha da poco compiuto 3000anni.Chi e’ questa creatuta antica e immortale? E’ presto detto: la pizza.Agli inizi si chiamava Offa e il procedimento per prepararla era questo:“con acqua e orzo si possono preparare Offe in qualunque momento dell’ anno.Si fanno abbrustolire focacce di 2 libbre su un focolare caldissimo o su un piatto di terracotta sulla cenere o carbone finche’ non diventano rossastre.” Chi detta questa ricetta? Un personaggio che circa 20 secoli fa era molto famoso nei Campi Flegrei, alle porte di Napoli: Plinio il vecchio.
Ma la citazione delle origini piu’ remote della pizza non e’ di Plinio ma riguarda Virgilio ed Enea. Gli uomini del principe troiano, sbarcati in terra affamati raccolsero delle bacche e le deposero in focacce di farina utilizzate come piatti. Una volta che ebbero divorato anche le focacce, qualcuno esclamo’ che i profughi avevano finalmente trovato la terra su cui avrebbero edificato la nuova citta’ di Troia. Secondo una profezia, infatti, gli uomini di Enea avrebbero concluso la loro peregrinazione quando, per placare la loro fame, sarebbero stati costretti a mangiare perfino i piatti.
Un’ altra citazione proviene da un inno pseudo Omerico dedicato a Demetra in cui si narra che una donna per calmare l’ira di Demetra gli offre una pietanza costituita da una sfoglia di acqua e farina cotta al fuoco e condita anche con basilico. Ed ecco anche la presenza del Basilico che, secondo alcuni sarebbe arrivato a fine ‘800 sulla pizza per desiderio di una regina sabauda.
Tornando a tempi piu’ recenti, ricordiamo che la pizza, fino al tramonto del regno delle Duesicilie, era il saporito vassoio in cui si servivano i cibi, come salsicce, friarielli, perfino fagioli e zuppa di pesce.
POLLO ALLA FRANCESCHIELLO
Vi occorrono un pollo, tre cucchiai abbondanti di olio d'oliva, 2 spicchi d'aglio (possibilmente aglio rosso di Sulmona, il piu’ profumato e piccante), 2 rametti di rosmarino, peperoncino piccante, possibilmente di quello fresco, vino bianco circa un bicchiere, una trentina di olive nere senza nocciolo e tagliate a pezzi non fini, infine carote, cipolle, cetriolini, barbabietole, tutto sottaceto.
Il pollo va tagliato a pezzi grossolani, va fatto cuocere per circa 5 minuti nella padella con olio bollente con aglio, rosmarino e peperoncino piccante. Appena il pollo comincia a diventare cotto, versate il vino bianco, mettete il coperchio e fate cuocere per 45 minuti. A cottura terminata, col pollo caldo, si aggiungono le olive e i sottaceti, mescoalte bene per qualche minuto. Il pollo va mangiato ancora caldo.
Dimenticavo, accompagnare il pollo con un vino bianco e un brindisi alla memoria del buon Re!
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FARE GRUPPO (D'ACQUISTO) di G. Larosa L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo! Per contattarlo utilizza questo form! |
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